Il suono del silenzio

And in the naked light I saw
ten thousand people maybe more
people talking without speaking
people hearing without listening
people writing songs that voices never share
noone dare, disturb the sound of silence.

Ben sbatte con le mani sulla vetrata della Chiesa urlando il nome di Elaine. Lei, Elaine, si gira e lo guarda, ascolta il suo nome urlato con passione e disperazione e guarda le facce dei parenti, di cui però non riesce ad udire le parole accompagnate da facce furiose. Poi urla il suo nome, Ben. Lui scende, lei gli corre incontro, insieme lottano contro parenti inferociti, riescono ad uscire correndo e salgono sul primo autobus che passa. Si lasciano alle spalle urla e caos, si siedono e sorridono, poi le loro facce si fanno sempre più serie e non si dicono neppure una parola.
I protagonisti sono Dustin Hoffman e Katharine Ross, il film è “Il laureato” e la colonna sonora è chiaramente “The sound of silence”.

Ci hanno insegnato che il silenzio può comunicare più di quanto si possa immaginare e che due persone che si guardano senza parlare possono capirsi meglio che usando migliaia di parole un po’ confuse, sussurrate o forse urlate, che non c’è sempre bisogno di dire tutto. Ci hanno detto che i gesti parlano più forte e le espressioni fanno più rumore di un litigio e che il segreto del lieto fine sta nel comprendersi senza doversi dire nulla. Eppure, forse quando non si ha nulla da dire, in quel silenzio non c’è il lieto fine: non c’è gioia, né comprensione, né comunicazione.

Ci sono quei silenzi che non significano nulla o significano molto proprio perché non hanno alcun contenuto. Due persone si guardano negli occhi e semplicemente non si capiscono; si fissano intensamente, ma non comunicano: forse non hanno nulla da dirsi. Immaginate una mattina di svegliarvi trasformati in un insetto dalla corazza dura e non più in grado di parlare, di guardare qualcuno, di comunicare. Da un giorno all’altro non siete più in grado di esprimere i vostri pensieri, nemmeno una misera parola, e la gravità sta nel fatto che rimangono imprigionati tra il cervello e le pareti fredde della stanza senza poter uscire fuori in nessun modo.
Così si sentono un muto, uno straniero, un bambino troppo piccolo o un paraplegico, incapaci di comunicare al mondo esterno le più belle parole che covano di giorno e di notte nella mente.

Ecco il peso eccessivo che porta il Gregor Samsa di Kafka, un uomo che improvvisamente si ritrova mutato in una blatta e con la coscienza che le sue ultime parole non sono state quelle che avrebbe voluto dire al mondo, alle persone che ama e soprattutto a quelle che non ama, ma che un po’ vorrebbe amare, senza nessun reale motivo. Egli si sente senza ossigeno all’idea di non poter dire a qualcuno che ciò che hanno davanti è ancora lui, il figlio, il fratello, l’uomo, incapace di spiegare i propri gesti, di intenerire quel disgusto che crea un muro di incomunicabilità in cui si lascia morire.

L’incomunicabilità del silenzio: il silenzio esiste solo come assenza di suono, è un vuoto, una mancanza; forse non sempre riempie gli spazi, a volte li allarga ancora di più, allontanando i corpi e rendendo incomprensibile il linguaggio degli sguardi.

Ma anche l’assenza di suono ha un suono: il suono del silenzio.

Martina Moscogiuri

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