Ebbrezze orientali

Sulla mitica città di Babilonia si sono raccontate molte storie, molte delle quali hanno confuso regnanti e figure da racconto gotico, splendori esotici e perversioni mirabolanti.

L’Europa dell’Ottocento s’era aperta all’archeologia in sincronia con gli interessi commerciali dei grandi imperi coloniali e la cultura tutta aveva seguito questi spostamenti. Si vola quindi in Egitto, in India, in Mesopotamia respirando nuovi profumi.

I più grandi artisti del Romanticismo sentono che la cultura classicista è ormai inutile2 per i loro bisogni. Jean-Auguste Dominique Ingres (1780-1867) è troppo patinato, composto, legato alla visione accademica per essere visto come ispiratore e tra i militanti del versante opposto v’è Eugéne Delacroix (1798-1863)

Fare l’accostamento tra i due sarebbe come mettere accanto il perfezionismo di Raffaello al furore di Rubens: distanti sono le tensioni che spingono i due verso l’arte del pennello come diversi i soggetti e le committenze.

Delacroix infatti non è un allievo di David come il suo contraltare: lui predilige la pennellata mossa, le atmosfere scure, scenografiche e afose, cariche di espressività, torsione dei corpi.

Nei salotti tende ad ascoltare voracemente le letture che grandi letterati come Gautier, Stendhal, Dumas e Berlioz fanno nei loro ritrovi parigini, soprattutto in rue Notre-Dame-des-Champs, a casa di Victor Hugo. Centrale per la creazione di uno dei suoi più importanti capolavori, la Morte di Sardanapalo (392×456 cm), è la tragedia byroniana Sardanapalus del 1821, rappresentata solo nel 1834.

Il testo è ispirato dall’aria di leggenda che avvolge Babilonia nel settimo secolo, quando le turbolenze del regno assiro avevano eccitato la fantasia degli storici greci e portato a mille distorsioni su questa supposta figura di re o di gran signore del tempo dedito ai piaceri e agli intrighi. Ma che sia in realtà Assurbanipal o il ribelle Shamash-shum-ukin poco importa: il dramma di Byron è più prezioso di queste elucubrazioni fatte nella nebbia della Storia.

La scena che più attira la fantasia di Delacroix è quella finale, spogliata però di quella dolcezza voluttuosa che lega il protagonista alla sua amante preferita, Mirra, che decide di morire assieme a lui.

Il pittore costruisce la vicenda con maggiore crudeltà orgasmica: il re assiro sovrasta la scena dal letto rosso, con uno sguardo d’aquila, granitico e al contempo con una posa raffinatissima in quegli abiti bianchi che sanno di decadenza ottomana liberamente ricreata dall’artista.

Sardanapalo sta in sommità del rogo da lui stesso ordinato per non cadere in mano nemica e per portare con sé nell’aldilà tutto ciò che gli aveva dato sostentamento e piacere. Mirra, stravolta dal fatto e dalla passione, è accasciata sul letto ai piedi dell’amante, ormai rassegnata all’idea della morte.

A destra, in penombra, un’altra concubina, Aischeh, si impicca per non essere assassinata come l’altra più in basso, vista totalmente curva, esposta alla luce e alla lama del soldato, con un corpo che fa a gara con quelli delle donne di Tiziano.

La luce teatralissima colpisce con un fiotto dorato i tessuti rossi sparsi per tutta la stanza, i corpi mai in stasi ed affollati perlopiù alle estremità del dipinto, come il cavallo tirato a forza dallo stalliere. Le architetture a stento si notano sul fondo, coperte dal fumo come sono. Pochi esempi di horror vacui nell’arte sono così violentemente disperati ed erotici.

La velocità nello stendere i colori, privilegiando la combinazione di giallo-rosso-verde, crea un dinamismo degno della pittura fiamminga più infuocata. La scomposizione delirante delle anatomie fece parlare i critici del Salon del 1827 di “massacro della pittura” mentre il pittore preferiva porre la sua opera in contatto con un altro suo dipinto sul massacro di Scio, fatto nel 1824 in onore della resistenza greca agli ottomani.

Delacroix, per ricreare la sua Babilonia, dovette rivedere tutto un bagaglio iconografico che riprendeva le visioni del Medio Oriente e del mondo arabo lascivo, musulmano, decadente e intriso di piaceri proibiti per gli europei del tempo.

La barbarie di cui era piena il mondo orientale, distaccato da ogni reale cronologia, si riflette nel turbinio delle linee, l’utilizzo delle diagonali, delle curve che soppiantano e piegano le rette, le ombre che non tagliano la luce ma la sfumano con la gradazione attenta del colore.

Il dipinto così scandaloso scomparve quasi subito per poi venir comprato dal Louvre nel 1921, ormai con una fama più che positiva.

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Antonio Canzoniere

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