Italum acetum e non solo: da Marziale a Tupac

Che il motto offensivo, la risposta a dissing e l’elegia siano nelle corde del genere rap si sapeva già. Ma questa asserzione ci porta ad una domanda: quali sono le radici del genere nella storia? Contando anche il fatto che il rap nasce come flusso poetico improvvisato, non possiamo fare altro che ripartire dalle origini della civiltà e da un luogo che per noi Occidentali è molto caro: il Mediterraneo.

Tutto il mondo antico (così come molte civiltà native degli altri continenti) possiede forme di poesia spontanea nelle feste dedicate alla natura, al matrimonio, ai cortei propiziatori con tanto di battute sessuali e falli rituali. Ma il “rap” antico non è tanto in Grecia quanto in Italia.

La cultura popolare dei latini tende verso l’età imperiale a creare una scissione netta tra tema popolare (con il suo linguaggio, il sermo vulgaris) e testi colti. Qui si ha già il seme della cultura italiana vicina al potere, di stampo encomiastico e clientelare (si veda l’Eneide) e la poesia degli strati inferiori che invece si tramuta in espressione di sentimenti condivisi, di ironia verso il potere ma lontana da una possibilità di partecipazione storica.

I plebei sono il cuore di Roma perché le danno quell’anima che si tradurrà poi nel romanesco. In età repubblicana noi troviamo già il fescennino, il primo grande canto preteatrale di Roma che nelle antiche XII tavole della legge viene vietato perché offensivo e denigratorio. Era fatto per i riti dei Liberalia e per il rito ciclico del raccolto, che doveva allontanare le forze negative con il riso e l’insulto.


Però il poeta che fa uscire allo scoperto in grande stile questo sentimento sotterraneo, reinterpretandolo con una forza ed una sagacia unica, è Marziale (38/41-104). Proveniente da Bilbilis in Hiberia (Spagna), lui è insieme uno scorpione del verso, artista dell’epigramma e del venenum in cauda, la battuta in chiusura fatta a mo’ di stilettata. Nel suo corpus noi abbiamo non soltanto i bassifondi, la Suburra romana, la parodia degli ambienti ma anche il lirismo vivido e la malinconia. Emozioni provenienti dal basso eppur cristalline.

La sua poesia, molto spesso in sermo vulgaris, è quella che subito si staglia in età imperiale per schiettezza e mancanza di edulcorazione. Gioca ad adulare i suoi protettori, è vorace nella sua sessualità, schietto e velenoso con i conoscenti e profondo quando arriva a cogliere il senso del dolore, per la schiavetta Erotion che lui tanto ama con amore paterno o per i suoi amici.
Ecco un esempio:007_marziale740

Quaeris cur nolim te ducere, Galla? Diserta es,
saepe soloecismum mentula nostra facit.

Tu chiedi perché io non desideri una relazione con te, Galla? Tu sei eloquente, 
e spesso il mio cazzo fa errori di grammatica.


Curioso è che a distanza di secoli si trovi la stessa vena nel rap. Il leitmotiv dell’aggressione e della forza del vernacolo riemerge in America. Passano i secoli e le comunità afroamericane, sradicate dall’Africa, trovano un modo per incanalare attraverso i campi di cotone i loro canti di botta e risposta. Con il peso delle catene, dai canti agricoli tribali loro fanno nascere il gospel e la loro emigrazione a Nord, verso Chicago e New York, porta al jazz.

Negli anni ’70, con la disco music e i vinili, inizia la rivoluzione che da New York porta a Rapper’s delight , ai deejay Afrika Bambaataa e Grandmaster Flash con i loro MC, i quali sono i primi grandi rapper. Il funk newyorkese crea un nuovo modo di concepire la musica che diventa universale grazie proprio alla tensione artistica della comunità nera. Si hanno poi due filoni in perenne sfida tra loro: la East e la West Coast.

Nel rap non soltanto noi abbiamo la sfida, la sessualità forte, sancita con espressività, ma anche la violenza delle strade. In questa musica si fa strada il sociale. La popolazione nera d’America trova il suo nuovo sfogo artistico con la rima veloce, sagace e con lo slang che è degno erede artistico del sermo vulgaris, anche se tra i due non c’è vincolo di parentela diretta. Sono due alberi nati in terreni diversi da diversi semi. Identica semmai, è la falda a cui attingono per l’acqua.

Il più grande artista rap è di sicuro Tupac Shakur (1971-1996). Lui è il primo per lirismo, profondità, certamente più duttile rispetto ai colleghi per la varietà dei temi, la sapienza lirica, la forza del ritmo. Personaggio singolare, lui fa razza a sé così come le sue rime. In bilico tra le due coste, poeta del ghetto e voce di intere generazioni afroamericane e non, ha mostrato nella maniera più lucida l’altro lato del sogno americano.

In Tupac non c’è il compiacimento del thug né l’istanza dello stereotipo voluto dai suoi colleghi (che non per niente ripensano a lui con la faccia a terra) ma la coscienza della difficoltà dell’uscire dal proprio ambiente, il senso della fine, una forza interiore che è calpestata dalle cose del mondo.

Morì in un attentato, punto limite di una faida tra le coste, che per i benpensanti rappresentò una liberazione. Per coloro che lo amavano, divenne un martire. Lui è il punto più alto di un’arte che ha nei suoi ranghi cantanti come Ice Cube, Dr. Dre, Eazy E, Eminem. Non c’è modo di omaggiarlo meglio senza queste sue liriche dal bellissimo pezzo Wonda Why They Call U Bitch in conclusione:

Look here, Miss Thang, hate to salt your game
But you’s a money-hungry woman and you need to change
In the locker room, all the homies do is laugh
High fives ‘cause another nigga played your ass
It was said you were sleezy, even easy
Sleepin’ around for what you need, see
It’s your thing, and you can shake it how you wanna
Give it up free or make your money on the corner
But don’t be bad, play the game, get mad and change
Then you wonder why these motherfuckers call you names.

Antonio Canzoniere

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