Scatman John, la rivoluzione balbuziente

Correva l’anno 2007. YouTube, specialmente in Italia, era ai suoi albori. Certamente non possedeva la sconfinata varietà di scelte che abbiamo undici anni dopo, e i contenuti che potevano risultare appetibili per un ragazzino di allora dieci anni appena compiuti erano ancor minori. Principalmente i video che facevano presa sul target al quale appartenevo erano di una categoria: i music video delle mazzate di “Dragon Ball Z”. Le canzoni potevano essere appena uscite, come What I’ve done dei Linkin Park, del 2007; un po’ datate, come “Kryptonite” dei 3 Doors Down, del 2000; o vecchissime, come “Scatman” di Scatman John, del 1994.

Fu proprio a partire dall’ultimo dei video elencati che io iniziai ad approfondire la figura di Scatman John, innamorandomene perdutamente.
Sarà stato per l’aspetto simile a quello del Baffo della Birra Moretti, sarà stato perché faceva musica che non avevo mai sentito da nessuna altra parte, sarà stato perché ripetendo parte del suo nome infinite volte in ogni canzone era facile da ricordare, ma Scatman John mi rimase dentro.

Ma come Carneade, chi è costui? Questo John, che di cognome faceva Larkin, era a tutti gli effetti uno Scatman.  Pianista jazz californiano che in gioventù si guadagnò da vivere suonando negli hotel di mezza Europa, riuscì a fare di vizi di forma virtù e a rendere la sua grave balbuzia il suo più grande punto di forza, creando un  genere totalmente nuovo.

Era il 1990 quando in un hotel di Berlino decise per la prima volta di aggiungere pezzi cantati alle sue esibizioni musicali, e sebbene fosse inizialmente molto titubante fu un’ovazione ricevuta al termine di un’esecuzione di “The sunny side of the street” a far scattare qualcosa in lui. Per esorcizzare il terrore che il pubblico si accorgesse del suo disturbo fu il suo procuratore, Manfred Zahringer, a consigliargli di parlarne direttamente nei suo brani. Il motivo del timore di John Larkin divenne così il suo tratto distintivo, e il pubblico non potè che apprezzare questa svolta. Il suo primo singolo, Scatman (Ski Ba Bop Ba Dop Bop), uscì nel 1994 e ottenne un successo mondiale: nel giro di poche settimane schizzò in testa alle classifiche musicali di Austria, Belgio, Francia, Irlanda, Israele, Italia, Norvegia e Svizzera, e nonostante l’autore avesse già 52 anni si riuscì a incastonare nel bagaglio musicale di milioni di giovani, risultando uno dei brani più suonati nelle discoteche mondiali. “Scatman” non era soltanto un movimentato brano elettropop: alle sonorità totalmente nuove per il panorama internazionale si aggiungeva un testo più profondo di pochi scattanti giochi vocalici: era una rivoluzione che intendeva stravolgere le barriere della vergogna con l’obiettivo di convincere i bambini balbuzienti a superare la loro difficoltà di relazione con gli altri. Sulla stessa scia si inserisce il secondo singolo, Scatman’s World, celebre in Italia per essere stato la colonna sonora di film come “Vacanze di Natale ’95” e “Il pesce innamorato” di Leonardo Pieraccioni, dimostrando come un singolo pezzo possa avere molteplici sfumature e gradi di profondità a seconda del punto di vista e dall’attenzione che vi si presta durante l’ascolto.

Dopo il successo mondiale la vita di Scatman John subì un cambiamento forse inaspettato: il suo secondo album, “Everybody Jam!”, pubblicato nel 1996, non ottenne certamente il succeso del primo, se non in un Paese amante delle particolarità come il Giappone. In Giappone Scatman John era così celebre che i negozi di giocattoli vendevano bamboline con le sue fattezze e la sua immagine appariva in molte schede telefoniche e sulle lattine di Coca-Cola. L’edizione giapponese del suo secondo album includeva ben 5 tracce bonus, tra cui – permettetmi l’ardire – il mio pezzo preferito in assoluto tra i suoi: Su Su Su Super キ・レ・イ (“Su su su Super Kirei”, termine traducibile con “bella”) che gli venne letteralmente commissionato da una casa di produzione di cosmetici.

Nel 1999, all’età di 57 anni, Scatman John ci viene portato via da un cancro ai polmoni diagnosticatogli un anno prima. Egli stesso auspicava che i ragazzi, ascoltando o ballando le mie canzoni, sentano che la vita non è tutta così brutta. Anche solo per un minuto”, e dopo quasi vent’anni possiamo tranquillamente dire che le sue speranze non sono state vane.

Paolo Palladino

 

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