Venti di guerra dall’Africa centrale

Manifestazioni pacifiche represse nel sangue, un presidente che si rifiuta di abbandonare il potere nonostante sia giunta la fine del suo mandato – contribuendo in maniera preponderante alla crescita dell’instabilità e dei disordini politici e sociali – scontri etnici tra gruppi rivali che sconquassano il Nord del Paese e indefinibili interessi economici che aleggiano sulle riserve minerarie di cui è pieno il territorio: queste sono solo alcune delle quantomeno preoccupanti cartoline che ci giungono dalla Repubblica Democratica del Congo, che sta vivendo una delle crisi peggiori degli ultimi anni di Storia del continente africano.

La definitiva rottura dei già precari equilibri di una Paese da sempre caratterizzato da conflitti aberranti, basti pensare alle due Guerre del Congo tra il 1996 e il 2003, e misere condizioni di vita va individuata nella decisione presa, sul finire del 2016 dall’attuale presidente Joseph Kabila – al potere da oltre 17 anni, succeduto a suo padre Laurent-Désiré ucciso nel 2001 -, che ha palesato il rifiuto di lasciare il potere in spregio alla Costituzione che non ammette la possibilità di ricandidarsi dopo due mandati (8 anni ciascuno).

I conflitti che hanno invaso il territorio, oltre a provocare migliaia di morti, hanno generato anche un numero impressionante di sfollati, rendendo il Congo, per il secondo anno consecutivo, lo Stato con il maggior numero di profughi al mondo, con cifre che rasentano i 4,3 milioni di persone. Come se non bastasse, anche se purtroppo non è difficile da immaginare, i continui conflitti e la miseria diffusa hanno contribuito alla formazione di condizioni umanitarie terrificanti, e da qualche tempo è scattato l’allarme sanitario per la diffusione di un’epidemia di colera.

La situazione si rivela essere ancora più delicata e, allo stesso tempo, la sua sorte decisiva, per la geopolitica della zona Sub-Sahariana, in quanto sembra essere molto probabile il coinvolgimento di diverse Nazioni confinanti, come successo in passato, nell’eventualità del definitivo instaurarsi di una guerra civile congolese. Questo perché in primis la repubblica Democratica del Congo ha un’importanza geopolitica ed economica fondamentale per quella porzione di mondo, e in secondo luogo poiché buona parte dei leader degli Stati pseudo democratici, che circondano la suddetta Repubblica, potrebbero mirare a rinsaldare il proprio potere intromettendosi nel conflitto.

In questo contesto di caos diffuso l’unica istituzione che sembra ricoprire un ruolo di riferimento per la politica e per la società democratica è la Chiesa Cattolica, i quali esponenti stanno via via assurgendo al ruolo di leader politici. In particolare il cardinale Laurent Monsengwo, arcivescovo di Kinshasa, specie dopo la morte poco più di un anno fa dello storico leader anti-Kabila Etienne Tshisekedi, ha assunto il ruolo di vero e proprio riferimento delle forze di opposizione al regime; un’opposizione che tuttavia rimane molto disunita e che non si mostra credibile come riferimento di lotta. È in questo contesto che la Chiesa è diventata una forza di opposizione pacifica ma forte, dimostrando la sua ramificata influenza politica attraverso l’organizzazione di numerose manifestazioni cattoliche spesso duramente represse, per esplicito volere di Kabila,  con la violenza indiscriminata e militare.

Ad oggi l’impegno dell’Istituzione cattolica sembra poter essere una delle poche ancore di salvezza in cui sperare per una risoluzione pacifica della crisi, e per questo obiettivo si sta prodigando anche la Santa Sede attraverso alcuni interventi del Papa. La pressione che si potrebbe venire a creare, anche dal punto di vista mediatico internazionale, sull’attuale Presidente Kabila, potrebbe raggiungere un livello tale da costringerlo ad aprire una fase di confronto con le altre fazioni politiche, spingendo così verso un’evoluzione non armata del conflitto. Evoluzione che in ogni caso non sembra poter prescindere dalla destituzione di Joseph Kabila.

Alessandro Marrazzo

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