L’elefantino nel marmo

Il sole entra nella fase finale della sua discesa dietro i palazzi, allungando le ombre smisuratamente, fiamme ardenti di oscurità. Un’altra giornata di lavoro è finita.
Svolto l’angolo e mi ritrovo sulla via di casa: i secchioni sempre stracolmi, il pacchiano portone dorato del civico 85 sull’altro lato della via; l’affollata fermata del 123, la verdastra e intermittente luce della farmacia.

Mi basta un’occhiata distratta per capire di essere a casa: non bisogna nemmeno che io stacchi gli occhi dallo schermo dello smartphone, perché il suo riverbero sugli occhiali mi avvisa che sono giunto a destinazione. Penso sempre che, non senza un amarognolo sorriso, se un giorno quella luce dovesse essere fortuitamente spenta, potrei tranquillamente perdermi e, sempre con gli occhi fisso sullo smartphone, camminare chissà dove.

Leggo ancora un po’ le notizie del giorno, prima che il mio smartphone venga requisito da Isabella, per vedere dei cartoni che tanto le piacciono su YouTube; Marta non è d’accordo, dice che è diseducativo, ma nessuno di noi due ha abbastanza energia per impedirlo: sembra che questa sia l’unica soluzione per non farla frignare. Se ne sta lì buona, seduta a gambe incrociate, con lo smartphone in mano che si riflette nei suoi occhietti bruni e con uno sguardo inebetito ma venato di una malsana felicità; le si può addirittura sfilare il ciuccio di bocca che nemmeno se ne accorge.

Giro la chiave nella serratura, controllo la posta – soltanto la solita pubblicità e la bolletta della luce – e imbocco la rampa delle scale: conduco una vita fondamentalmente sedentaria e, non avendo né tempo né denaro per un’attività sportiva, provo a tenermi in forma così; abitiamo al sesto piano, quindi l’attività non è nemmeno troppo blanda, almeno per un uomo che versa nelle mie penose condizioni atletiche. Questa è ormai un’abitudine che conclude la mia giornata lavorativa, l’ultima fatica di un Ercole – per nulla mitico e tutt’altro che aitante – che si accinge a conquistarsi il suo meritato riposo.
Intraprendo la mia scalata con determinazione e vivacità: solitamente, almeno fino al quarto piano, riesco a tenere un ritmo dignitoso e ad evitare un vergognoso fiatone.

Non conto nemmeno più i piani – troppo faticoso! – perché ho trovato un astuto è simpatico metodo: sull’alzata dell’ultimo gradino della prima rampa tra il quinto e sesto piano – appena prima di girare a sinistra sul pianerottolo e vedere la porta di casa – c’è una bizzarra venatura del marmo che assomiglia incredibilmente ad un elefantino con la proboscide alzata. Sarà grande quanto una noce ma, fin dalla prima volta che l’ho notato, mi ha conquistato e non posso più fare a meno di sorridere ogni volta che lo vedo.

Quell’elefantino, ormai, vuol dire casa.

Piano terra: non capisco perché se alle macchinette chiedi il caffé senza zucchero, alla fine, sul fondo, lo zucchero c’è lo stesso; quant’è carina la nuova stagista! Buonasera signora Petrazzi: come sta sua figlia? Sono felice, è proprio una brava ragazza. Me la saluti!

Ancora cinque piani e mezzo e vedrò l’elefantino nel marmo.


Primo piano: certo che Marrozzi non può fare così! Non si può prendere sempre il merito del lavoro degli altri! Tanto è un leccaculo patentato, e Martini non si renderà mai conto di quanto sia viscido e incompetente quell’uomo! Che schifo!

Ancora quattro piani e mezzo e vedrò l’elefantino nel marmo salutarmi con la sua proboscidina alzata!

Secondo piano: devo rinnovare la tessera della metro; tra dieci giorni scade la bolletta del gas e oggi è arrivata anche quella della luce, senza contare l’asilo nido di Isabella… Non ce la faccio più a fare straordinari!

Ancora tre piani e mezzo e vedrò l’elefantino nel marmo salutarmi con la sua proboscidina alzata e le sue zampette tozze!

Terzo piano: questo mal di testa ormai non mi abbandona più; mi sto imbottendo di analgesici, ma l’unico effetto constato è che oltre al mal di testa adesso ho anche mal di stomaco! E non è solo stanchezza o sonno arretrato: è proprio un dolore fisso, in mezzo agli occhi… E se fosse qualcosa di grave? Ormai saranno quasi due mesi che non mi passa… Mi devo far vedere.

Ancora due piani e mezzo e vedrò l’elefantino nel marmo salutarmi con la sua proboscidina alzata, le sue zampette tozze e la sua codina svolazzante!

Quarto piano: Marta ultimamente è strana… Non facciamo più l’amore da mesi e, la conosco, non c’entra la stanchezza. Se avesse un altro? Ne sarebbe capace? Dopo tutto quello che abbiamo passato insieme? E io che ho pure rifiutato la corte di Salini, la nuova arrivata! Potevo farmela con una ventenne… Ma no, che vai a pensare! Ci devo parlare: magari dovrei portarle a cena fuori, solo io e lei, cercare di ravvivare un po’ la passione, non so, alle donne piacciono ‘ste cose…

Ancora un piano e mezzo e vedrò l’elefantino nel marmo salutarmi con la sua proboscidina alzata, le sue zampette tozze e la sua codina svolazzante: barrisce che sembra lo squittio di un topo!

Quinto piano: certo è strano che Isabella ancora non impari a parlare; ha quasi tre anni e ancora non riesce a mettere insieme le parole; certo, sa dire mamma, papà, pappa e altre cose simili, ma di solito alla sua età i bambini iniziano a formare le prime frasi… E se avesse ragione Marta? Se si stesse davvero rincoglionendo, come dice lei, per colpa del telefono. Stasera non ce la faccio giocare. E se poi comincia a piangere… Bisogna portarla da un logopedista, o qualcuno del mestiere, insomma.

Ecco l’elefantino nel mar…

Dovrei essere sul pianerottolo tra il quinto e il sesto piano. Davanti a me dovrebbe esserci quella che è la porta di casa mia: aguzzando l’udito, forse potrei anche sentire la vocetta di Isabella che chiama Marta per la pappa. Dovrebbe essere così, ma quella non può essere casa mia: sull’alzata dell’ultimo gradino l’elefantino non c’è.
Nessun elefantino, nessuna proboscidina, niente zampette, niente codina! Non si sente nessun barrito simile a uno squittio!
Potrei riscendere al piano terra, contare i piani daccapo… Sì, ma senza elefantino!
Potrei prendere l’ascensore e farmi lasciare al sesto piano… Sì, ma dov’è elefantino?

Potrei uscire dal portone, cercare il mio indirizzo sull’elenco e citofonare: forse mi risponderebbe Marta, con voce dubbiosa, chiedendomi come mai non ho le chiavi… Sì, ma non c’è più l’elefantino!

Guardo ancora la porta, poi di nuovo l’alzata dell’ultimo gradino, poi la porta, poi l’alzata… Da quant’è che sono qui? Ho perso la cognizione del tempo!
È davvero questa casa mia? E l’elefantino?

Scendo le scale a due a due, mentre uno strano ghigno nervoso mi contrae le labbra. Controllo, fermandomi ad ogni pianerottolo, le alzate dei gradini: ma niente, l’elefantino non c’è. Ormai in preda al panico, raggiungo il piano terra: c’è il faccione ascendente del signor Franchini che mi saluta da dietro il vetro dell’ascensore, ma dell’elefantino nessuna traccia!

Mi chiudo il portone dietro spalle: il sole è ormai nascosto dietro i palazzi e una leggera pioggerellina inizia a cadere sulla città, come a volerla lavare dai suoi nauseanti umori accumulati in una lunga giornata lavorativa.

La luce della farmacia è ormai spenta, il portone dell’ottantacinque non luccica pacchianamente come al solito, non c’è nessuno alla fermata del 123 e un camion della nettezza urbana sta svuotando i secchioni: questa non può essere casa mia.
Guardo il telefono, ma ormai è morto: batteria finita.

Mi incammino, mentre la pioggia si confonde con le lacrime sul mio viso: dove sarà casa mia?

Danilo Iannelli

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