Ceci n’est pas une élection

È la notte tra il 4 e il 5 marzo 2018, si sono chiusi i seggi elettorali per determinare la nuova conformazione del parlamento italiano e dei consigli regionali di Lazio e Lombardia. Inizia lo scrutinio e i principali organi di informazione del paese pubblicano e commentano i primi exit poll. E, come per ogni elezione che si rispetti, si respira quel clima a metà tra il post-apocalittico e l’alba di una nuova era che una tornata elettorale porta inevitabilmente con sé.

Arrivano le prime proiezioni. Sgomento, trionfo 5 stelle, sorpasso Lega e crollo PD. La notte scorre con una conferma sempre più evidente delle prime proiezioni, fino alla mattina del 5 marzo, in cui l’Italia si sveglia intorpidita senza una maggioranza stabile, senza una parvenza di possibile governo e soprattutto con la chiara e netta vittoria dei populismi.

Se dovessi agire secondo logica in questo momento prenderei atto del risultato, analizzerei i dati e tenterei di comprendere perché l’elettorato italiano ha scelto di gettarsi in mano al populismo caotico pentastellato, a quello simil-fascista della Lega e all’astensionismo. Eppure, a vedere un ragazzo senegalese ucciso a sangue freddo per le strade di Firenze, con il sindaco Nardella che si affretta a escludere la matrice razzista dell’omicidio, mentre in televisione si parla fiduciosi di “onda nera respinta” solo perché Casapound non è arrivato nemmeno all’1%, allora forse ho intenzione di lasciar da parte la logica.

Il 5 marzo mi sono svegliato in un paese che non è né di destra né di sinistra, ma nel dubbio è di destra e anche un po’ razzista. Un paese in cui ormai parlare di politica equivale a lanciare slogan a caso, supportati dal populismo qualunquista più becero e ignorante che possa esistere. Tanto che Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International Italia, ha dichiarato in una nota ufficiale: “Si conclude una campagna elettorale deludente e preoccupante; assenti o quasi le questioni riguardanti i diritti umani e il ruolo che l’Italia potrebbe avere per proteggerli a livello internazionale, pronunciate a malapena parole come Siria o Yemen. Presente, dominante, inquietante invece è stato l’uso di un linguaggio discriminatorio, xenofobo, misogino, a volte vero e proprio discorso d’odio. Temiamo che non terminerà con la fine della campagna elettorale.”

Ma attenzione, sarebbe troppo facile dare la colpa all’elettorato, definendolo ignorante e non in grado di decidere per il paese – come del resto ha fatto Matteo Renzi, nella delirante conferenza stampa che ha definitivamente sancito il punto più basso della sinistra italiana. Ci sono troppe variabili da considerare per poter generalizzare in modo così semplicistico sul comportamento dell’elettorato. Si può, invece, puntare il dito contro l’inasprimento esagerato del linguaggio e dell’atteggiamento politico della destra. E contemporaneamente gli va dato atto che, approfittando di un tremendo vuoto a sinistra, sono riusciti a raccogliere sotto la propria bandiera quel sentimento di disagio sociale che si respira da anni in Italia.

Alle parole di Marchesi aggiungerei che in questa campagna elettorale sono stati assenti altri temi fondamentali, come il lavoro precario, l’evasione fiscale, i tagli alla cultura e alla sanità, l’educazione, l’ecologia, un sano dibattito sul fascismo e il significato reale dell’antifascismo. Se si esclude qualche lieve tentativo di Liberi e Uguali, l’unica forza ad aver parlato di questi temi è stato Potere al Popolo, che però è un movimento nato tre mesi fa e che si è fermato poco sopra l’1%.

Il nodo della questione è principalmente qui. È inutile girarci intorno, l’Italia è in tremenda difficoltà economica, culturale e sociale, eppure nessuna forza politica è riuscita realmente a raccontare cosa stia accadendo oggi nello Stivale. Si è preferito dare una visione distorta della realtà, sia a sinistra che a destra, tentando di trovare elettori disposti a credere in questa illusione.

Magritte quando dipinse “La trahison des images”, raffigurante una pipa con sotto scritto in francese “questa non è una pipa”, voleva intendere che esiste un’enorme differenza tra realtà e rappresentazione. Il dipinto raffigura chiaramente una pipa, ma il pittore dice: “Chi potrebbe fumare la pipa del mio quadro? Nessuno. Quindi, non è una pipa”.

E allora rassicuriamoci: questa non è un’analisi politica, l’Italia non crollerà con questo voto e il fascismo è morto settant’anni fa. E, soprattutto, questa non è un’elezione.

Claudio Antonio De Angelis

SITOGRAFIA

http://www.corriere.it/elezioni-2018/risultati-politiche/camera.shtml
https://www.internazionale.it/bloc-notes/christian-raimo/2018/03/06/lezione-sinistra-voto
https://www.internazionale.it/opinione/ida-dominijanni/2018/03/05/repubblica-post-ideologica
https://www.dinamopress.it/news/fioriere-lives-matter/
https://www.amnesty.it/barometro-odio/

 

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