Il vicolo cieco delle serie

Molti hanno gioito della comparsa delle serie tv e web per la loro carica narrativa, qualche volta estetica. Ma la domanda è sempre più pressante e giusta: quanto stanno effettivamente contribuendo all’evoluzione del linguaggio?

La dilatazione proposta dal formato seriale comporta un maggiore approfondimento del carattere, del personaggio, delle trame e delle sottotrame. Il fraseggio è incessante, portato all’estremo, fatto perlopiù per via dialogica.

Se però confrontiamo queste caratteristiche con quelle del cinema americano e commerciale, dove sta la differenza?

Far fare stretching alla grammatica del film classico porta ad esiti piuttosto reazionari. Come il film, la serie può diventare il veicolo per le narrative dei produttori, di un pensiero comune, di ideologie anche più esplicitate nelle interviste e nelle campagne pubblicitarie del prodotto.


Da quello che si sta vedendo, la maggior parte delle serie televisive non è affatto distaccata da logiche di propaganda o di messaggi subliminali. Il potere di queste componenti è accresciuto grazie alla quantità di episodi, alla simpatia che scatta dalle situazioni e dai personaggi.

Basti pensare al fatto che gli slogan e i messaggi ora in voga sul web ed in politica siano sempre di fronte a noi: il Black Lives Matter è uno degli esempi più fulgidi, reiterato con tutto il peso dell’ideologia senza sfumature nella serie Dear White People.

L’eccezione a questo andazzo è stato il terzo capitolo di Twin Peaks che non ha semplicemente dilatato la grammatica ma ha giocato col flusso degli episodi con interferenze e sperimentazioni stilistiche frutto del lavoro ventennale di Lynch sul suo corpus figurativo.

Questa è un’opera che sta a sé nel panorama seriale per aver dato esempio di un approccio non accademico alla struttura ora dominante. Il regista americano parla della televisione come di una nuova art-house: questa non è una certezza ma un fattore in potenza della piattaforma.

Servono altri personaggi con una cultura visiva diversa ad approcciarsi al mezzo. Per uscire da questo cul-de-sac si deve flettere la narrazione e piegarla alla forza di nuove immagini.

Raccontare per via tragica o comica le istanze del reale rimanendo attaccati ai vecchi formati, alle battute, al prosaico, ad un approccio orizzontale della Visione distrugge la sensibilità, la appiattisce, non la fa crescere. I filtri devono cadere. Ora più che mai, pure nella serialità.

Antonio Canzoniere

Post simili

Venezia 74 (parte 1 di 2) Dal 30 agosto al 9 settembre 2017 il Lido di Venezia ha ospitato, come da tradizione, la 74esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica. Il fest...
Abbiamo ancora bisogno degli autori? Sul cinema rimangono ancora delle nubi di incertezza quando si tratta di verificare se il pubblico ne sia effettivamente stato plasmato e colpito, se ...
Il verdetto di Richard Eyre: un regalo per la Thom... Uscito il 18 ottobre nelle nostre sale ed ispirato al romanzo di Ian McEwan La ballata di Adam Henry, l’ultimo film di Richard Eyre risulta essere cos...

Rispondi