Spettacolo teatr(elettor)ale

Domenica 4 Marzo, esattamente tra 2 giorni, ci saranno le votazioni per il rinnovamento della Camera dei Deputati e il Senato (oltre al rinnovo dei governatori e consigli regionali di Lombardia e Lazio). L’ormai prossima votazione sta a segnare la fine della campagna elettorale. Una campagna elettorale definita da molti esperti, giornalisti e studiosi come la più misera della storia repubblicana, dove tutti hanno detto tutto e il contrario di tutto, dove le parole sono state svuotate di ogni loro significato, dove importanti temi politici e sociali sono stati semplicemente dimenticati, dove bugie, menzogne, violenza, odio hanno avuto la meglio sul dialogo, la cooperazione e la consapevolezza di un fine comune. I maggiori partiti sfidanti sono stati: nella coalizione i centro-destra, Forza Italia, Lega Nord e Fratelli d’Italia; nella coalizione di centro sinistra, Partito democratico e Europa; Movimento 5 stelle e infine Liberi Uguali. Ognuno con il proprio leader al centro della propaganda, a dimostrazione della sempre più crescente personalizzazione dei partiti politici.

Seduto in un teatro di bassa lega, vedo andare in scena gli attori dello spettacolo teatr(elettor)ale, uno spettacolo che ho la vaga sensazione di aver già visto. Ci sono svariati personaggi, ma non li descriverò tutti. Vedo il “nonno d’Italia”, citando il New York Times, Silvio Berlusconi, pieno della sua eterna giovinezza, ripete le stesse battute con gli stessi movimenti che non riusciranno mai a passare di moda. Seduto ad un tavolo firma un nuovo impegno. Mi colpisce una sorta di deja vu e come nel film “Matrix” mi accorgo che il pericolo è vicino, ma subito una persona seduta sulla poltroncina alla mia destra mi tranquillizza spiegandomi che questo è un impegno e non come il primo un contratto. Falso allarme, torno tranquillo. Più in là vedo Di Maio, leader, cioè non proprio leader, una sorta diciamo, che anche se sbagliando qualche congiuntivo e inciampando in una “dozzina” di ostacoli mantiene il suo charme. In molti sul palco non fanno altro che attaccarlo, spesso lo deridono, ma lui non sembra spaventato, sembra quasi conoscere fin troppo bene ciò che deve dire e sa che sicuramente la sua recitazione farà colpo su una buona parte della platea in sala. A sinistra del palco, certo non troppo a sinistra, ascolto Renzi, leader del Pd, leggermente preoccupato. Durante la recitazione non fa che ricordare le cose buone fatte nel passato, di come riuscì a uccidere il drago chiamato “crisi”, peccato poi che non riuscì a conquistare la principessa, relegata al in cima alla torre del castello, chiamata dal villaggio vicino “referendum costituzionale”. Di certo il co-protagonista Gentiloni, alle sue spalle, forse lo aiuterà a non uscire troppo depresso dal palco. Infine Salvini, a capo della Lega Nord, e la Meloni, leader dei Fratelli d’Italia loro con parole forti e di certo non estremamente democratiche inneggiano in monologhi pieni di ardore, passione, caratterizzati da una leggera, forse neanche troppo leggera, patina di odio. Senza ombra di dubbio ogni attore ha il proprio fedele pubblico in sala, ognuno di loro sa verso quale fetta di platea rivolgere le proprie parole. Il problema è che sempre più persone escono dalla sala per fumare, per scappare, cercano qualcosa di meglio, sono stufi dei soliti discorsi: “flat tax”, “inciucio”, “ius soli”, “larghe intese”, “immigrati”. Lo spettacolo arriva alla fine, il sipario sta per chiudersi. In molti stanchi, preoccupati e desolati aspettano le recensioni, in tutti i giornali e televisioni la mattina del 5 Marzo.

In conclusione, i grandi assenti di questa campagna sono stati i temi essenziali per il nostro paese, la “questione meridionale”, non presa sul serio sia dall’Unità d’Italia, il problema della corruzione e il crescente potere delle mafie. Dopo il caso De Luca, in molti si sono resi conto del sistema marcio in cui siamo incastrati. La mafia nel frattempo entra sempre di più all’interno dell’amministrazione statale e della stessa cultura italiana, mentre stiamo tutti a guardare. Qualcuno alza la voce, per farsi sentire, sembra quasi un eco lontano, in molti non hanno perso la voglia di lottare, con o senza il supporto della politica. Il tema dello “ius soli”, mano a mano completamente dimenticato, fallimento della XII legislatura, sembra non essere argomento adatto a “un paese per cecchi”. Dimenticato il tema della Disuguaglianza, in un paese dove i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre  più disperati. Infine tutti sono molto attenti a pronunciare le parole Unione Europea, certo in molti hanno espresso la loro intenzione a voler uscire o rimanere, altri ancora non è ben chiaro cosa vogliano. I veri problemi a riguardo sono l’adesione dei Paesi che contestano la memoria storica, i patti fatti con la Turchia, le prossime elezioni al parlamento europeo del 2019. Tirando le somme questa è una campagna elettorale senza idee, con la verità dispersa e la speranza che arranca nel buio. Non ci rimane che aspettare, aspettare che anche questa volta tutto questo finisca.

Oscar Raimondi

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