La bufera sull’insegnante di Torino ovvero Guardare il dito per non vedere la Luna

In questi ultimi giorni prima del 4 marzo pare che la campagna elettorale abbia trovato un punto di sutura, di congiunzione tra tutte le forze politiche e i mass media, su di una specifica questione. Tale questione non afferisce alle politiche sul lavoro, alle riforme economiche e neppure alle politiche migratorie, bensì riguarda un fatto avvenuto il 26 febbraio, quando durante una manifestazione antifascista un’insegnante di Torino si è scagliata verbalmente nei confronti delle forze dell’ordine, esponendosi apertamente di fronte alle telecamere.

L’elemento scatenante va ritrovato nelle parole con cui l’insegnante si è rivolta ai poliziotti: “Vigliacchi, mi fate schifo, dovete morire” e altre consimili. In seguito la maestra ha confermato la propria posizione e le proprie parole in un’intervista, accusando in particolare le forze dell’ordine di proteggere i movimenti neofascisti (La manifestazione, teatro dei fatti che stiamo analizzando, aveva infatti l’obiettivo di confluire nei pressi di un hotel dove stava avendo luogo un evento organizzato da Casapound  n.d.r.).

Dal momento in cui sono stati resi pubblici i filmati che attestano le parole dell’insegnante, l’ira e l’alta indignazione trasversale della società civile e della politica si sono riversate su quest’ultima, mettendo tutti d’accordo per la prima volta da tempo immemore. Sia Renzi che Salvini -per fare un primo esempio di come a volte i poli opposti si attraggano, specie in periodo di campagna elettorale-  si sono infatti prodigamente spesi nell’auspicare il licenziamento in tronco dell’insegnante, così come a partire dalle pagine del Corriere della Sera per arrivare a quelle di Libero si sono alzate alte le grida di accusa della stampa.

Abbiamo assistito a una caccia a chi ha avuto rapporti più o meno stretti o casuali con questa insegnante, come ad esempio attestano le fotografie che ritraggono una consigliera del MoVimento 5 Stelle, Maura Paoli, insieme all’insegnante. Di Maio si è prontamente difeso sostenendo che quella consigliera non fa più parte del Movimento, neanche fosse un’untrice destinata al lazzaretto. È superflua la constatazione che sottolinea la falsità di queste dichiarazioni frettolose del candidato pentastellato: la consigliera è tutt’ora  al suo posto nei ranghi di partito. E ovviamente questo ha fatto sì che alcuni esponenti politici sfruttassero la questione come un’arma elettorale attraverso la quale influenzare il consenso e screditare gli avversari.

La Ministra Fedeli si è vista recapitare questa patata bollente tra le mani e non ha perso tempo nel far aprire un procedimento disciplinare nei confronti della maestra di Torino, che ha portato alla sua sospensione dal ruolo e che probabilmente ne causerà il licenziamento. Insomma, ha fatto il suo dovere, diamine! Che importa la constatazione della presenza o meno di meriti lavorativi, la valutazione professionale dell’insegnante; bisognava mandare un messaggio, la politica c’è.

Quello che si è scatenato, con una violenza evidentemente spropositata, è un circo mediatico che ha fatto, di una situazione come tante, il simbolo e l’esemplificazione del male contro cui far scagliare la nostra coscienza civile. Chissà, forse per distrarla da tematiche più rilevanti. Oltretutto viene da chiedersi dove si fosse nascosta, questa lunatica coscienza civile, quando era il momento di denunciare con una fermezza irreprensibile i fatti di Macerata e gli intenti di coloro che ne volevano rivendicare il gesto politico. Il motto è difendere il senso di Stato, prima di tutto, anche se dello Stato non si ha il minimo senso. Perciò se si insultano dei poliziotti bisogna intervenire con durezza, ma se vengono uccisi dei migranti o si promuovono ai massimi ruoli dirigenziali delle forze dell’ordine coloro che sono stati condannati per la “macelleria messicana” della Diaz, beh si può anche sorvolare.

Ciò che più ha indignato la società è ovviamente il ruolo ricoperto, nell’assetto sociale, dall’autrice di quelle proteste: il ruolo di insegnante, di educatrice. Ovviamente il comportamento della maestra ha denotato una certa incompatibilità con il proprio ruolo, ma probabilmente più per le modalità che per il contenuto intrinseco dell’azione. Non dovrebbe esserci nulla di male nel sostenere le proprie opinioni politiche e nel manifestarle nelle piazze, essendo questo un Paese che garantisce la libertà di espressione, qualsiasi sia il ruolo che si ha l’onore e l’onere di ricoprire. Tuttavia certamente chi ricopre un ruolo pubblico e pubblicamente augura la morte di un altro pubblico impiegato deve assumersi le proprie responsabilità personali e professionali. Ma se tutto ciò non fosse avvenuto in favore di telecamere nessuno probabilmente ne avrebbe mai saputo niente e nessuno, conseguentemente, avrebbe aprioristicamente messo in dubbio le capacità professionali dell’insegnante per le sue sole idee politiche. Cosa prontamente avvenuta con inchieste giornalistiche che molto poco hanno di giornalismo e molto hanno di gossip, non essendo mai state registrate segnalazioni o lamentele a carico della maestra, né da parte dei genitori né da parte dei dirigenti scolastici.

Qui non si vuole affatto giustificare il comportamento tenuto dalla maestra, ma semplicemente cercare di riportare tutto alla sua dimensione naturale, dare il giusto peso alle cose utilizzando il senso della misura che troppo spesso manca o viene utilizzato a seconda delle convenienze.

La strumentalizzazione avvenuta in merito a questo caso è quasi imbarazzante eppure non stupisce affatto. E non stupisce soprattutto se si analizza parallelamente  l’evidente mancanza di contenuti di questa campagna elettorale. Che tenga banco su piano nazionale un caso così effimero, qualche giorno prima delle elezioni, è una cosa che fa riflettere e che a ben vedere amareggia. Il valore della discussione politica è talmente assente, il piano di confronto tra le forze politiche così vago che sembra quasi atteso come una manna dal cielo l’avvenimento di un qualsiasi caso, importante o meno che sia, sul quale poter esprimere un’opinione ammantata di valenza politica.

Un susseguirsi di spot elettorali lanciati sull’onda di qualche breaking news, così da far confluire l’attenzione dell’elettorato sul dito e non sulla Luna, e in questo caso metterlo anche abilmente d’accordo, cucendosi addosso un vestito di rassicurante istituzionalità dopo aver magari gettato fango per anni sopra qualsiasi istituzione interna o transnazionale.

Ma del resto questa è la tribuna elettorale di oggi, e la colpa non è solo di chi ci governa, perché chi governa, nel bene e nel male, rappresenta la natura sociale di chi è governato. E magari in piazza dovremmo scenderci più spesso, non per prendercela con dei poliziotti che stanno, né più e né meno, nella stessa situazione di chi protesta, ma per ricordare in primis a noi stessi che non c’è Popolo senza politica e non può esserci politica senza Popolo.

Alessandro Marrazzo

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