Pyeongciao!

Uno degli eventi sportivi più attesi del 2018 è giunto al termine. Tra cerotti in volto contro il congelamento, portabandiera a torso nudo incuranti delle temperature polari, gare di sci tra robot umanoidi e ragazzini che pur di stare a guardare la propria serie televisiva preferita su Netflix mettono a rischio la vittoria olimpica (rivoglio anch’io la spensieratezza di quell’età), l’Italia termina in maniera più che positiva questa spedizione in terra orientale.

Raggiunta la quota pronosticata dal presidente del Coni Malagò di 10 medaglie, ben 3 riguardano il gradino più alto del podio: ad ottenerle tutte donne; uomini non pervenuti. Ci affidiamo all’argento raggiunto al fotofinish di Lorenzo Pellegrino nello sprint dello sci di fondo: e non è un nome a caso.

Lo stato attuale dello sport maschile è un peregrinare inquieto e costante alla ricerca di una disciplina nella quale primeggiare.

Il rugby è, tra le federazioni sportive italiane, quella migliore in ottica di vivai, ma non gode di un ottimo seguito, tranne per l’evento del Sei Nazioni, che comunque rimane un grosso affare mediatico e aggregativo, dove le cocenti batoste prese con nazionali tecnicamente superiori sono diventate una scusa dei paganti per affogare i dispiaceri con le birrette nel terzo tempo.

Il basket sta avendo un seguito esponenziale, ma deve far fronte a continui fallimenti societari e impianti sportivi fatiscenti, oltre alla fatica di generare giocatori che siano competitivi in ambito internazionale e che abbiano anche una forte personalità e capacità di leadership.

Del calcio non ne parlo – non essere tra i protagonisti dell’imminente mondiale in Russia è un argomento quanto mai delicato e ancora vivo sulla mia pelle.

L’acqua è l’ecosistema dove (fatemi usare questo gioco di parole) emergiamo di più, solo che lì a governare non c’è Nettuno, ma una sirena che all’anagrafe fa Pellegrini (lo avevo detto che non era un caso).

Eppure le federazioni, seppur in evidente affanno economico, continuano ad investire maggiormente nelle attività maschili che in quelle femminili. E allora la domanda sorge spontanea: perché a vincere sono sempre le donne?

La risposta è da ricercare nell’indole femminile, nella rivalsa nei confronti di un mondo che ancora non sentono proprio e che le spinge ad essere capaci ancora di emozionarsi per un sogno, di sapersi rimboccare la maniche dopo un fallimento, di avere uno spiccato spirito di ambizione che le porta a non accontentarsi mai, ponendo l’asticella degli obiettivi sempre più in alto.

E allora la colpa è anche di noi spettatori, che in questi giorni siamo stati medaglia d’oro in preparazione di cioccolate calde e di salto sul divano con piumino. Se forse prestassimo un pochino più di attenzione per queste discipline, evitando di tirar fuori quadriennali sentimenti, riusciremmo a non far sentire i nostri atleti in una completa indifferenza e lasceremmo stare almeno nello sport quel becero sessismo dalla sfumatura populista, che purtroppo oggi va tanto di moda.

Marco Paoloni

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