Imito ergo sum #2

Per Mormino l’individuo – chiamato, si noti bene, animale – fin dalle prime fasi della sua vita – ma forse già prima, durante la fase della gestazione – possiede una fondamentale e “innata” caratteristica per la sopravvivenza: l’autoimitazione. L’individuo – perché non esiste più la distinzione tra imitazione umana e animale o “alta” e “bassa”, ma solo l’autoimitazione – ritrovandosi in un ambiente a lui sconosciuto, nel momento in cui sopraggiunge uno stato di disagio, si trova costretto a dover compiere un moto esplorativo del tutto casuale: l’animale semplicemente si muove, scegliendo a caso tra i movimenti concessigli dalla sua conformazione fisiologica; se il movimento è vantaggioso e pone fine allo stato di disagio, semplicemente l’individuo tende a ripeterlo, imitando se stesso, altrimenti lo elimina dal proprio repertorio.

Dunque la sequenza moto esplorativo e automitazione è l’inizio dell’apprendimento, ovvero:

[…] l’acquisizione di una serie di shortcuts grazie alle quali si ottiene prima e meglio un esito favorevole.

L’imitazione allora si configura come nient’altro che un meccanismo egoistico, grazie al quale l’individuo cerca di ottenere un vantaggio con il minor dispendio possibile; Mormino paragona dunque la selezione dei movimenti vantaggiosi da parte dell’individuo a quella compiuta dalla selezione naturale darwiniana:

La logica dei tempi lunghissimi che, senza intenzione né finalità, consente l’evoluzione della vita a livello genetico è la stessa all’opera, ma in tempi brevissimi, nell’adattamento del singolo individuo all’ambiente circostante.

Ma come si passa dal concetto di automitazione a quello dell’imitazione degli altri? Semplicemente perché tutta l’imitazione può “ridursi” all’autoimitazione: l’individuo compie un gesto casuale e, se questo viene incoraggiato dall’ambiente e gli individui circostanti, tende a ripeterlo. Prendiamo come esempio un bambino che muove i suoi primi passi:

Vedere il piccolo tentare i primi passi costituisce senz’altro per la madre un motivo di rassicurazione […] Se dunque il piccolo ripete i movimenti della madre, è assai probabile che riceva da lei una risposta gratificante, che diverrà uno stimolo a ripetere quei primi tentativi, dunque ad autoimitarsi. Può sembrare che il piccolo prenda a modello la madre ma, in realtà, sta ripetendo un gesto trovato nel proprio esplorare e rivelatosi favorevole.

Dunque l’imitazione degli altri è sempre un automitazione e l’imitazione “triangolare” assume un significato del tutto diverso da quello girardiano: il soggetto appare atomistico ed autocentrato, mentre il modello mediatore si limita a rigettare o approvare il nostro moto esplorativo.

Diventa fondamentale allora la scelta dei giusti modelli da parte dell’individuo: l’imitazione, infatti, non si ripete allo stesso modo per tutti i modelli; avanzando nell’esperienza imitativa, l’individuo può rendersi conto di compiere un atto propriamente mimetico e protrarre l’attività principalmente per due motivi: il primo è per il piacere dell’imitare – essendo l’imitazione un atto vantaggioso, la replico perché so che può procurarmi dei vantaggi, così come l’ha portato nel modello – mentre il secondo è perché mi affido ad un soggetto prestigioso – invece di continuare un faticoso moto esplorativo, mi affido, con la scorciatoia dell’imitazione, alle azioni di un modello che ritengo autorevole e che, dunque, non possono che procurarmi un vantaggio.

Dunque si può ritenere che l’imitazione – di se stessi o dell’altro – sia una meccanismo imprescindibile per lo sviluppo dell’uomo e che risulta fondamentale per l’apprendimento dell’individuo. Come Mormino, concludiamo delineando un’etica mimetica: i modelli hanno non poche responsabilità nei confronti dei loro “discepoli”. Essi devono evitare comportamente incoerenti, perché se il discepolo li prendesse a modello, identificandosi con loro, i comportamenti dell modello prevarrebbero sulle valutazioni soggettive del soggetto, potendo quindi provocare comportamenti autolesionisti e quindi l’incepparsi del meccanismo mimetico.

Infine, conclude l’autore, una buona etica dell’imitazione dovrà tener conto dell’unicità di ogni individuo che deve quindi essere lasciato libero di esplorare l’ambiente secondo moti esplorativi propri e non imposti dall’alto; il buon modello, allora, deve essere inoltre in grado di non imporsi come unico e totalizzante – in nome di illusorie norme eticamente valide in assoluto – ma di tener conto delle peculiarità di ogni individuo.
Allora concludiamo, citando direttamente Mormino:

Il male non nasce dunque, come vorrebbe Girard, dal desiderio mimetico […] ma piuttosto dall’imposizione di modelli unici e totalizzanti a corpi inevitabilmente diversi l’uno dall’altro.

 

Potete leggere la prima parte dell’articolo qui.

 

Danilo Iannelli

 

 

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