Imito ergo sum #1

Diceva, in un celebre aforisma Oscar Wilde: “La maggior parte della gente è altra gente. Le loro idee sono opinioni altrui, la loro vita un’imitazione, le loro passioni una citazione“.
Bistrattata ed evitata ad ogni costo – soprattutto da artisti forse inconsapevoli – l’imitazione è sempre stata considerata come appannaggio di esseri inferiori o di uomini dotati di scarso intelletto – non a caso il termine scimmiottare è un sinonimo scherzoso dell’attività mimetica. Ma siamo sicuri di poter vivere senza imitazione e, soprattutto, di esserne immuni? Lasciamoci rispondere dal testo Per una teoria dell’imitazione di Gianfranco Mormino, docente di Filosofia morale presso l’Università degli Studi di Milano.

Il saggio parte dalla consapevole constatazione di una mancanza di una vera teoria dell’imitazione nella filosofia occidentale – eccezion fatta per gli illustri esempi della Poetica di Aristotele e dell’Etica di Spinoza. Se l’imitazione di livello più “basso” è stata più volte oggetto dell’attenzione degli studiosi dei più disparati campi – tornata attuale con la recente scoperta dei neuroni specchio – l’imitazione più “alta” è stata spesso sottovalutata; secondo l’autore è stato merito di René Girard – e della sua teoria, elaborata a partire dal 1961 – l’aver riportato l’attenzione sull’imitazione umana nelle sue manifestazione più “alte”.

Nel suo saggio intitolato Menzogna romantica e verità romanzesca del 1961, Girard, partendo da esempi letterari, espone la sua teoria del desiderio triangolare: i primi due vertici sono costituiti ovviamente dal soggetto desiderante e dall’oggetto desiderato; tra di loro, come vertice alto, si pone però il modello mediatore, ovvero colui che permette la nascita del desiderio. Dice Girard in apertura, citando prima il Don Chisciotte di Cervantes e poi Madame Bovary di Flaubert:

Don Chisciotte ha rinunciato, in favore di Amadigi, alla fondamentale prerogativa dell’individuo: egli non sceglie più gli oggetti del suo desiderio, è Amadigi che deve scegliere per lui.
[…]
Emma Bovary desidera poi tramite delle romantiche eroine che le riempiono la fantasia, le mediocri letture fatte durante l’adolescenza hanno distrutto in lei ogni spontaneità.

Ma un desiderio di questo tipo, ci avvisa immediatamente Girard, non può che suscitare un sentimento ambiguo nei confronti del mediatore: da un lato la venerazione, dall’altro, specularmente, l’invidia e l’odio nel non poter essere come lui. Il mediatore quindi, oltre ad essere un modello, diventa immediatamente un rivale e anzi, più si avvicina alla sfera del possibile ed è sentito come simile a me da parte del soggetto e più il sentimento rivalitario nei suoi confronti cresce e si inasprisce.

Dunque il prestigio del mediatore scelto dal soggetto va a trasfigurare quello dell’oggetto desiderato, conferendogli un valore illusorio. Il desiderio triangolare è allora per Girard il vero modello del desiderio umano, che trova soltanto all’interno delle opere romanzesche – i già citati Cervantes e Flaubert, ma per Girard anche Stendhal, Proust e Dostoevskij – una consapevole e verace rappresentazione, contrapposta alla menzogna romantica, che invece relega la fonte del desiderio all’interno del soggetto, che così si picca di un’originalità, secondo Girard, assolutamente fallace.

Mormino accetta la teoria girardiana sul desiderio imitativo e sul modello mediatore, ma la innova, andandola a contaminare con una visione squisitamente darwinista.
Mormino individua, come primo modello per l’imitazione, quello interno all’individuo stesso. Infatti, scrive nell’introduzione:

L’imitazione è la principale spiegazione della straordinaria capacità di adattamento del singolo animale alle diverse situazioni ambientali; più precisamente, la definisco come la modalità con la quale un animale stabilizza atti motori trovati accidentalmente e rivelatisi favorevoli e ritengo che la sua forma fondamentale sia l’autoimitazione, ossia la capacità di replicare atti motori compiuti dal soggetto stesso. Per questa via spero innanzitutto di spiegare il carattere cumulativo dell’apprendimento, dalle più elementari forme di adeguazione all’ambiente fino alle più raffinate abilità acquisite nell’interazione con altri individui.

Potrete leggere un’analisi più approfondita della teoria di Mormino nell’articolo Imito ergo sum #2

Danilo Iannelli

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