Erasmus sì, Erasmus no

“Non è tutto ora quel che luccica” è un proverbio italiano con riferimenti a locuzioni che sono presenti dai tempi di Esopo fino a “I racconti di Canterbury”, ma in particolare l’espressione si è diffusa per via della sua presenza ne “Il mercante di Venezia” di William Shakespeare.
Non è tutto oro quel che luccica è il classico detto che si può adibire a qualcosa di bello a prima vista, ma che dietro nasconde qualche verità meno simpatica.

Attualmente il programma Erasmus compie i suoi 31 anni, che hanno permesso a migliaia di studenti di muoversi e studiare in tutta Europa e non.
La possibilità è quella di intraprendere il proprio percorso universitario per un minimo di tre mesi e un massimo di dodici all’interno di un’altra università straniera (sempre compresa all’interno degli Stati europei salvo poche eccezioni.)
Non vi è quindi nulla in teoria che non sia fantastico nel poter vivere all’estero, imparare un’altra lingua e conoscere un altro stato.
Inoltre è da sottolineare che si può avere la possibilità di un’esperienza di questo tipo senza dover far per forza parte di quell’élite di privilegiati all’interno di università private con centinaia di accordi in tutto il mondo.
Di per sé all’interno dell’Erasmus non vi è nulla di sbagliato se non tutto il retroscena di cui la colpa è imputabile agli apparati universitari e burocratici.

“Come sta andando la burocrazia Erasmus?”
“Non parliamone.”

Lo studente erasmus non chiede mai al proprio compagno di sventure quale sia la sua attuale situazione, preferisce stargli vicino pensando che forse è più in difficoltà di lui.
Per evitare di fare di tutta un’erba un fascio potrei riassumere in pochi punti la vera seconda faccia.


Burocrazia: nessuno sa mai nulla.
Passiamo le ore alla ricerca di referenti completamente causali che non si capisce come mai ma provino piacere a dire sempre qualcosa di nuovo.
Tendenzialmente quindi non sai mai cosa fare, dove girarsi e come muoversi.
CFU, crediti, esami, alloggi, residenze, scadenze, firme e lacrime.

Professori: in loco e non decidono di fare le più inutili osservazioni nella stesura del proprio Learning Agreement (un documento che porta all’equipollenza degli esami.)
Insensato, a mio avviso, perché:
Come posso pretendere di trovare un esame con stesso identico programma e peso specifico in un altro Stato?
Come posso sapere già prima di partire cosa si farà esattamente 6 mesi dopo in una facoltà che non conosco?
Per quale motivazione parlare di sentirsi europei a 360 gradi se nel momento in cui qualche insegnante deve venirti incontro con l’accettazione dei propri esami storce sempre un po’ il naso e conferma il suo essere restio (“Ma noi non abbiamo proprio questo programma…”)?

Partnership universitarie inadatte: trovarsi all’interno di Master program quando si è dentro una triennale o viceversa.

Sostentamento economico: i soldi donati dall’UE sono assolutamente pochi, spesso poco utili. Infatti il quantitativo erasmus è di 230 euro mensili (borsa di studio per cosa?) in alcuni paese e di 280/70 in altri. Avete mai chiesto a un parigino cosa ci fa con 270 euro al mese?

Stereotipi: in Erasmus non si va solo per fare “festa”. In Erasmus si studia e ci si forma. Adattarsi a un metodo e a una lingua completamente diversi nel giro di 6 mesi non è assolutamente semplice.
In Erasmus si acquisisce un’esperienza uguale a qualsiasi esperienza internazionale di studio.

In conclusione miei cari lettori, non preludetevi mai un’esperienza del genere ma siate pronti a tutto il sottofondo amaro della poca organizzazione.
Basterebbe un minimo di accortezza in più.

Giulia Olivieri

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