Disegni d’amore

L’omosessualità nel Rinascimento è vissuta in maniera più sottile e psicologica rispetto ai nostri giorni. Soprattutto nel campo artistico e culturale più elevato il corpo maschile è visto come simbolo di bellezza e la sua ammirazione nei modelli e nelle opere grafiche arriva pure ad influenzare e trasfigurare i rapporti umani.

Noi conosciamo di Leonardo la passione per l’androginia, la morbidezza e la sottigliezza del corpo giovane ed ambiguo, ma è il suo contraltare, cioè Michelangelo (1475-1564), che meglio ci manifesta questa passione.

L’interesse dell’artista toscano per il corpo virile era totale. Le sue figure sono tanti “Laocoonte” dimenantisi nello spazio, soprattutto quelle posteriori al 1506, quando il celebre gruppo scultoreo fu ritrovato.

Le forme del periodo fiorentino scoprono la muscolarità, il ribollire del volume. Tutta la sua opera è trionfo, grido d’amore per il corpo maschile. Non ci si deve stupire che lui ebbe come musa un giovane talentuoso, raggio di bellezza ed eleganza della Roma del tempo, gentile quanto amante delle arti.

Tommaso de’ Cavalieri, il Ganimede di Michelangelo, aveva poco più di vent’anni quando fu introdotto all’artista fiorentino che ne aveva allora 57. L’evento avvenne nella casa del Buonarroti a Macel de’Corvi a Roma, luogo confusionario, polveroso e spartanissimo, dove il giovane arrivò accompagnato da Pier Antonio Cecchini, comune conoscenza dei due.

L’amicizia amorosa, giocata tra poesie, lettere, comuni amicizie e simbolismo neoplatonico più che mai intenso, ci ha regalato dei bellissimi disegni che l’artista realizzò poco dopo aver conosciuto Tommaso.

Centrale in quest’ultimi è il corpo giovane e prestante dei protagonisti nel contesto del mito: il Baccanale dei fanciulli, la Caduta di Fetonte, Tizio ed Il sogno ora al Castello di Windsor sono i più fulgidi esempi della simbologia d’amore che l’artista sfoderò per entrare nelle confidenze del suo amico.

Sono fatti perlopiù con gesso su carta e tra questi solo il Baccanale è disegnato con gesso rosso.

Ma quello che conviene portar ad esempio è quello del Ratto di Ganimede, ora a Cambridge, dove sono cristallizzati l’istinto amoroso dell’artista e la grazia dell’oggetto amato.

Come in una teatralissima e divina apparizione, Zeus sotto forma di aquila rapisce Ganimede portandolo con sé in cielo attraverso le nubi che s’erano spalancate apposta per andare incontro a questa frenesia d’amore.

Sotto di loro, appena abbozzati, i cani del giovane pastorello rapito che è stretto alle gambe dagli artigli dell’aquila e che si regge nell’impeto dell’animale mentre questo sembra urlare ai presenti di allontanarsi, marcando il territorio possedendo il corpo dell’amato, reso poi coppiere degli dei.

La dolcezza di Ganimede, voluttuosa e pacata, fa pensare non poco ai rapporti, al rapimento intenso che Michelangelo doveva provare in presenza di Tommaso.

Il loro rapporto fu così stretto che i due uomini rimasero amici intimi fino alla morte dell’artista e separarsi dai disegni, dalle lettere (o dal dipinto di Cleopatra poi concesso a Cosimo I de’Medici) lasciatigli da Michelangelo fu sempre motivo di profonda pena per il giovane aristocratico romano.

Stimato dai contemporanei e grande figura di spicco nel mondo intellettuale ed artistico del tempo, Tommaso sposò nel 1545 Lavinia della Valle, madre dei suoi due figli Mario ed Emilio, che lo lasciò vedovo nel 1553.

Lui era lì, vicino fino alla fine, quando il Buonarroti spirava a Roma nell’antro polveroso di Macel de’Corvi nel 1564. A ricordare quel rapporto così felice e intenso rimangono queste opere bellissime e penetranti, così come le trenta poesie che Michelangelo dedicò al suo amico. Per chiunque volesse cercarle, ecco un esempio che si spera vi possa invogliare:

Il sonetto 41

Spirto ben nato, in cu’ si specchia e vede
nelle tuo belle membra oneste e care
quante natura e ’l ciel tra no’ può fare,
quand’a null’altra suo bell’opra cede:
spirto leggiadro, in cui si spera e crede
dentro, come di fuor nel viso appare,
amor, pietà, mercé, cose sì rare,
che ma’ furn’in beltà con tanta fede:
l’amor mi prende e la beltà mi lega;
la pietà, la mercé con dolci sguardi
ferma speranz’ al cor par che ne doni.
Qual uso o qual governo al mondo niega,
qual crudeltà per tempo o qual più tardi,
c’a sì bell’opra morte non perdoni?

Michelangelo,_Rape_of_Ganymede

Antonio Canzoniere

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