Il diritto di essere diversi

Qualche giorno fa sui giornali italiani, in particolare sulla cronaca romana, è uscita una notizia controversa e certamente dibattuta e criticata. La preside del Visconti, un noto liceo di Roma, infatti, sembra aver vantato nel rapporto di autovalutazione della scuola la totale assenza di ragazzi di basse condizioni socioeconomiche, una percentuale minima di studenti disabili e stranieri e qualche raro caso di DSA (Disturbi Specifici dell’Apprendimento) tra gli iscritti, aggiungendo poi che questo quadro generale «favorisce il processo di apprendimento».

Ma quand’è che abbiamo smesso di considerare la varietà un pregio? Da quando la diversità ha smesso di essere – se lo è mai stata in questa nostra società – una ricchezza?

L’apprendimento, Signora Preside, non è solo una sintesi di nozioni scolastiche; l’apprendimento per definizione consiste nell’acquisizione o nella modifica di comportamenti, abilità, conoscenze e valori, e soprattutto è necessario affinché l’individuo si possa adattare all’ambiente. Eppure reputiamo migliore educare gli studenti in un ambiente utopistico e finto – e sicuramente non così bello come vuole far credere.
Ci siamo convinti che sia più importante studiare la storia, la scienza, la matematica, finire i programmi in fretta prima di imparare dalla diversità che ci circonda in una classe e nell’intera scuola – e come possiamo imparare la storia, la scienza e la matematica senza prima scoprire e comprendere il mondo. Il modo migliore per apprendere e perfino per farsi una propria idea è ascoltare anche gli altri attraverso discussioni in classe – e questo lo dicono gli studi sull’apprendimento scolastico: quanta ricchezza ha una classe così varia e piena di idee diverse e diversi punti di vista. Se fossi una madre, vorrei che mio figlio a casa mi raccontasse di aver imparato cosa si fa in una cultura diversa dalla sua, cosa vede un bambino autistico e in che modo aiutare un compagno che non può permettersi tutti i libri. Se fossi un’insegnante userei tanta varietà per educare i miei alunni all’intelligenza emotiva, all’empatia, all’altruismo e soprattutto all’humanitas tanto citata dallo stoicismo – a proposito di nozioni. Se fossi una preside invece, cara Preside, tutto questo sarebbe il mio punto forte e non avrei paura di valorizzarlo in una scheda, né potrei vantarne la povertà; forse mi farei due domande se nella mia scuola ci fossero solo alcuni ragazzi, forse crederei di non aver messo la mia scuola a misura di tutti e forse, forse avrei privato tutti i miei studenti di parte della loro esperienza scolastica, la più importante.
La scuola dovrebbe difendere un diritto fondamentale: il diritto di bambini e ragazzi di stare a contatto con la diversità, di saperla riconoscere e cercare di comprenderla. Il diritto di ognuno di noi di sentirsi ed essere diverso. Perché, per fortuna della natura, non siamo tutti uguali.

Martina Moscogiuri

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