Gli illusorî paradisi del consumismo

In un mondo in cui realtà e finzione sono indistinguibili, in cui l’immagine predomina sull’essere, in cui gli imperativi sono guarda-desidera-compra quale potrebbe essere il Paradiso se non il possedere?
Troppi Paradisi di Walter Siti, un fac-simile di vita, come lo definisce l’autore stesso nell’Avvertenza, ci pone questa domanda e, con uno stile composito ed eclettico, ci accompagna causticamente alla risposta.

Sullo sfondo, come una luce che irradia ogni evento e, al tempo stesso, presuppone ampie zone d’ombra, c’è la figura di Pier Paolo Pasolini – Siti è stato il curatore delle sue opere complete – e, in particolar modo, del suo Petrolio; egli è presentato come una vera e propria nemesi rispetto al Walter Siti protagonista del romanzo, mentre invece l’autore ne riprende ampiamente alcune tematiche – come quello dell’omologazione al modello borghese o la sessualità aggressiva come strumento gnoseologico.

Walter, docente universitario sessantenne, vive un amore omosessuale con Sergio, un ragazzo che lavora come autore televisivo alla Rai; quest’ultima, la televisione, diventa l’ossessione di Sergio che entra in crisi fino ad ammalarsi di anoressia e a sancire l’allontanamento da Walter che però, in preda alla sua pasoliniana ossessione per il sesso, conosce Marcello, un culturista borgataro cocainomane che incarna a pieno il dominio dell’immagine dei nostri tempi e al quale Walter, innamorandosi, assegna un valore metafisico. Trascinato in una spirale autodistruttiva, Walter farà di tutto per possedere Marcello, curando meccanicamente la propria impotenza e inseguendo consumisticamente il dominio di quell’immagine ormai divenuta l’unico appiglio per la felicità.

Il ruolo relegato alla televisione è quello di diffondere l’immagine borghese e proporla come modello, confondere la realtà e la finzione e imporre il desiderio nello spettatore inerme. Infatti, in una visione prettamente post-moderna della realtà:

Quella che di solito, sbagliando, chiamiamo “irrealtà televisiva” è invece realtà depotenziata. La realtà mostrata in tivù deve essere accettabile (e produrre denaro): dunque è bene tenerla sotto controllo, aggiustarla prima che la telecamera la riprenda. La realtà televisiva è strutturata come una fiction (vedi i telegiornali, che partono nelle tragedie e finiscono nell’happy end dei divi e dello sport), ma senza avere la libertà della fiction, che è soprattutto quella di rappresentare l’estremo.
[…] La tivù è onirizzazione (cioè addormentamento) del reale. […] La televisione non ti fa evadere, può permettersi di essere una “finestra spalancata sul reale” perché nel frattempo il reale gli si è “evaporato”, diventando tivù-compatibile.

L’attività mistificatrice della tivù non può che condurre che al desiderio del possesso dell’immagine; ciò sembra essere la felicità e uno dei tanti paradisi promessi dal dio del consumismo che, nella nostra società, sembra aver sostituito il vero Paradiso e il vero Dio:

Quel che il consumismo sta ottenendo è una realtà sempre più finta e una finzione sempre più reale, in un trionfo del trompe-l’oeil; la nostra vita è una “mezza cosa” di cui non siamo più padroni, perché è comandata dai padroni dell’immagine.
[…]
Per resistere senza la speranza dell’aldilà, e nel Paradiso, bisogna poter sperare nel paradiso in terra. (Non sto parlando di pochi intellettuali stoico-epicurei, sto parlando della gente comune.) Dare l’illusione del paradiso in terra è l’obiettivo finale del consumismo; o se si vuole, il consumismo è una protesta per l’inesistenza di Dio. Comprando si è onnipotenti, soprattutto se compri qualcosa che ti serve a poco […].

Il personaggio Walter, infatti, dopo essere finalmente riuscito a possedere Marcello, l’immagine del suo desiderio, si rende finalmente conto del grande inganno:

Il possesso, ho l’impressione che gran parte dei pesi della contemporaneità gravi su questo punto dolente; la fiducia che si possano realizzare i sogni possedendo gli oggetti (ma soprattutto le persone) che ossessionavano i sogni stessi. […] Una volta posseduta, la realtà non è più quella; i “forzati dei fantasmi” non possiedono i loro oggetti, li annientano. Se si lacera il fragile diaframma dell’immagine, resta l’orrore.

Questo è ciò che resta dopo aver stracciato il velo di Maya dell’immagine mistificata dal desiderio consumistico: l’orrore per una realtà vuota, fatta da fantasmi omologhi e irreali costruiti a tavolino e di desideri indotti girardianamente, rinunciando alla scelta individuale e affidandosi a quella di un modello prestabilito.

Danilo Iannelli

 

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