L’Insostenibile leggerezza della Berlinale

Dal 9 al 19 febbraio si è tenuta la 67esima edizione della Berlinale, il festival internazionale del cinema che si svolge ogni anno nella capitale tedesca. Una delle manifestazioni cinematografiche più importanti del mondo. Ma quanto costerà un biglietto? Sarà come a Venezia o peggio, come a Cannes, dove è impossibile per il pubblico accedere a una proiezione? Vi basti sapere che per la prima di “Trainspotting 2” al Berlinale Palast, cioè la sede principale del festival, il biglietto costava 14 euro. A questo punto è ovvio, ci sono andato.

Arrivo il 13 febbraio, in tempo per vedere alcuni dei film più attesi, decisamente in ritardo per dei pezzi grossi come “Trainspotting 2” o “Final portrait” di Stanley Tucci. Ma a voi questo non interessa. Volete sapere delle odissee per trovare dei biglietti e, una volta in sala, un posto decente (non esiste la numerazione dei posti). Volete sapere delle lotte all’ultimo sangue per scattare qualche foto alle star sul red carpet. Tranquilli, ci arriviamo.

Prima però necessitiamo di una breve introduzione. La Berlinale è divisa in più sezioni: la “Wettbewerb”, cioè la “Competizione”, dove si assegnano i premi più ambiti, i famosi “orsi”. La seconda sezione per importanza è la “Panorama”, in cui si vince il premio del pubblico. Poi c’è la “Forum”, la “Forum expanded”, consistente in installazioni e performance, la “Generation Kplus e 14plus”, dedicata ai giovani e i “Berlinale Shorts”, cioè la selezione di cortometraggi. Infine l’ “Hommage”, quest’anno dedicato a Milena Canonero, la costumista italiana celebre per i lavori con Kubrick su tutti, e i “Berlinale Classics”, in questa edizione dedicati alla “Science fiction”.

In più dal 2010 è attiva l’iniziativa “Berlinale Goes Kiez”, ovvero una selezione di film proiettati nei cinema di vari quartieri di Berlino.

E da qui ripartiamo. Lunedì 13 febbraio al cinema “Odeon” di Schöneberg ho visto “Una mujer fantastica”, del cileno Sebastian Lelio. Un gran bel film sulla difficile vita di un transessuale in Cile e l’elaborazione del lutto. Non a caso ha vinto l’Orso d’argento alla miglior sceneggiatura.

In più, come spesso accade, in sala erano presenti degli addetti ai lavori. In questo caso Daniela Vega e Francisco Reyes, i due protagonisti. Nonostante fosse quasi mezzanotte si sono trattenuti per oltre mezz’ora, parlando del film e facendo svariati appelli al rispetto della dignità umana.

La Berlinale, si sa, è un festival altamente politico. E ci piace così.

Martedì 14 è la volta del macedone “When the Day Had no Name”, nella sezione Panorama. Il film prende spunto da un terribile fatto di cronaca nera avvenuto nel 2012 vicino Skopje. La regista Teona Strugar Mitevska, veterana della Berlinale, ci presenta una riflessione crudissima sulla situazione della gioventù in Macedonia e il crescente razzismo nel suo paese. È emblematica la frase che nel film pronuncia una ragazza nei confronti di un suo coetaneo: “Ho letto in un articolo che il futuro dei Balcani sono le donne, quindi io, non tu”. Vale da sola il prezzo del biglietto.

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Anche in questo caso il cast, al termine della proiezione, si è dimostrato disponibilissimo a incontrare il pubblico, anche e soprattutto fuori dalla sala. Questa è una meravigliosa costante del festival, a quasi tutte le proiezioni assistono membri del cast, registi o produttori e, quando non c’è nessuno, il presentatore prima dell’inizio del film si scusa.

Però non potete immaginare ciò che è accaduto dopo la premiazione. Ma non vi preoccupate, arriveremo anche a questo

E ora veniamo a uno dei film più attesi di tutto il festival, vincitore dell’Orso d’argento alla miglior regia. Sto parlando di “The Other Side of Hope”, del finlandese Aki Kaurismäki. Una riflessione originale e ironica sulla delicata questione dell’accoglienza dei rifugiati in Europa. Surreale, divertente, profondo, senza abbandonare mai il suo stile unico, Kaurismäki confezione uno dei film più belli del festival.

Ma fin qui stiamo parlando di biglietti presi online. Certo, per guadagnarseli bisogna attuare tattiche da “concerto di una boy band”. Esempio: “The Other Side of Hope” dopo 5 secondi (non è un’ iperbole) era già sold out.

La biglietteria in loco è tutta un’altra storia. Si fa la fila, si arriva finalmente allo sportello e si iniziano a chiedere tutti i biglietti disponibili a qualsiasi ora e in qualsiasi luogo.

Così ci ritroviamo a vedere alle 9,30 di mattina il nuovo folle film di Alex de la Iglesia, “El Bar”, al Friedrichstadt Palast. “Out of Competition”, ma forse se la sarebbe meritata per inventiva e impatto sullo spettatore. Come “Logan”, fuori dalla selezione ufficiale ma comunque uno dei migliori film di supereroi degli ultimi anni. Davvero una piacevole sorpresa, in particolare grazie a James Mangold, che ha saputo rielaborare il genere abbandonando lo stile kitsch della Marvel a favore di una regia più ricercata, a metà tra il western classico e il Miller di Mad Max.

Ma può la Berlinale riservare altre sorprese? Sì, i biglietti acquistati il giorno stesso della proiezione e nel cinema in cui si svolge sono scontati del 50% e la domenica, il giorno dopo le premiazioni, è dedicata esclusivamente al pubblico, la così detta “Berlinale Publikumstag”, in cui tutti i biglietti costano 8 euro.

Perciò venerdì inizio con “The Erlprince”, sezione “Generation Kplus”, alle 10,30 ed esco a mezzanotte, dopo 5 cortometraggi. Nel mezzo sono riuscito a vedere l’unico film italiano presentato quest’anno, dopo il successo di “Fuocoammare” l’anno scorso. “Call Me by Your Name”, di Luca Guadagnino, presentato nella sezione Panorama. Ambientato “somewhere in northern Italy” negli anni ’80, il film tratta in maniera delicata il tema dell’omosessualità. Caratteristica apprezzata dal pubblico, che gli ha riservato una lunga serie di applausi.

Subito dopo è la volta di “Adios Entusiasmo”, sezione “Forum”, del colombiano Vladimir Duran, presente in sala e autore di un bell’intervento. Il suo film, girato in formato anamorfico, è un racconto claustrofobico di una famiglia che vive con la madre rinchiusa nel seminterrato, che  comunica con i figli gridando attraverso la porta e una piccola finestrella nel bagno.

Il bello di questo festival è proprio la possibilità di scoprire film di ogni genere, che spesso non arriveranno mai nelle nostre sale, ma che meritano assolutamente una visione.

E ora arriviamo al momento clou della Berlinale, la cerimonia di chiusura e quindi il red carpet finale. Avete presente la terribilmente glamour Croisette di Cannes? O la sfilata delle star prima degli Oscar? Bene, a Berlino è un po’ diverso. Il clima è sempre quello di una serata di gala molto elegante, ma c’è qualcos’altro. Innanzitutto il direttore del festival, Dieter Kosslick, prima di posare per i fotografi e accogliere gli invitati, si è avvicinato al pubblico per regalare a chi gli capitava sotto tiro delle spillette dorate raffiguranti il simpatico simbolo di Berlino e della Berlinale, l’orso.

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Registi, attori, ambasciatori, divi dello spettacolo, centinaia di persone si affollano per entrare al Berlinale Palast. Con tipica puntualità tedesca inizia la cerimonia. Si dichiarano i primi vincitori. Milena Canonero ritira l’Orso d’oro alla carriera, Aki Kaurismäki “ritira” l’Orso d’argento alla miglior regia seduto al suo posto, visibilmente poco lucido. Lui, per tradizione, alle premiazioni arriva sempre un po’ alticcio. Orso d’oro all’ungherese “On Body and Soul”. Ma c’è un premio che mi colpisce, l’Orso d’argento alla miglior interpretazione femminile, vinto dalla sudcoreana Kim Min-hee per il film “On the Beach at Night Alone”.

E qui arriva l’emblema di cosa significa veramente la Berlinale. Il giorno dopo, quindi la domenica della “Berlinale Publikumstag”, pranzo in un specie di fast food asiatico nel centro commerciale vicino il Berlinale Palast. Poi da lontano vedo avvicinarsi due figure familiari. Mi avvicino a loro e chiedo se sono chi veramente penso. Ed è così, il regista di “On the Beach at Night Alone” e l’attrice che poche ore prima aveva vinto l’Orso d’argento li ritrovo nell’ultimo posto dove li avrei immaginati di incontrare.

Mi congratulo con loro e questi, con estrema umiltà, si congedano e vanno a ordinare un piatto di noodles a 5 euro.

La Berlinale è fatta per il pubblico, è un luogo d’incontro vero, vivo. Il confronto è continuo e positivo, culture diverse entrano in contatto pacificamente e preferiscono chiacchierare di cinema piuttosto che urlarsi contro e alzare muri. Lo abbiamo già detto, è un festival politico. Ma politico nel vero senso della parola, cioè che riguarda tutti gli aspetti della vita umana da un punto di vista sociale e civile.

Allora decido di concludere la full immersion cinematografica con un classico, “Nigh of the Living Dead” del maestro George A. Romero. Do un ultimo saluto ai cinema ormai vuoti e inizio il countdown per la 68° edizione.

Benvenuti alla Berlinale.

Claudio Antonio De Angelis

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