Perché legalizzare la prostituzione è una scelta di civiltà

C’è chi sostiene che prima di tutto la prostituzione sia un problema etico e soltanto poi sociale. Pertanto, prima di individuare una soluzione riconoscibile come giusta o migliore, si dovrebbe collettivamente giungere a una conclusione condivisa sul tema. Ma per quanto sia innegabile il valore etico – meno la possibilità di giungere a una comunione universale di vedute a riguardo – di alcuni interrogativi riguardanti la prostituzione, è ugualmente innegabile che la situazione attuale, retaggio dell’emanazione della Legge Merlin del 1958, sia a dir poco indegna di uno Stato Sociale quale indicato nella nostra Costituzione, e necessiti una riforma.

Non si tratta perciò di risolvere un’annosa questione etica, ma di porre un argine a una deriva più che mai reale, regolarizzando la situazione delle lavoratrici e dei lavoratori del sesso e combattendo così lo sfruttamento e la tratta di esseri umani finalizzata allo stesso scopo.

Di esempi che abbiano palesato l’incapacità di qualsiasi soluzione proibizionista a raggiungere il proprio obiettivo ne è piena la Storia, e questo campo non rappresenta di certo l’eccezione che conferma la regola.
Del resto è impensabile che lo Stato e il tessuto sociale possano favorire una positiva evoluzione di un qualsiasi fenomeno laddove non siano presenti né l’uno né l’altro, avendo relegato il suddetto fenomeno – in questo caso la prostituzione – ai margini della società. Oltretutto favorendo una più certa e penetrante realizzazione di quegli effetti negativi che si vorrebbero alla base delle teorie contro la legalizzazione del “mercato del sesso”.
Dove non c’è il controllo delle istituzioni c’è quello delle organizzazioni criminali, dove non c’è la garanzia di tutela ma la garanzia di sfruttamento.

Facciamo una breve panoramica sullo stato giuridico attuale.


Colonna portante della disciplina legale italiana in materia è la già citata legge Merlin del 1958, che portò alla chiusura delle “case chiuse” e alla nascita delle controversa figura di reato del favoreggiamento nonché a quella dello sfruttamento. Pertanto, nel nostro Paese non è perseguibile la scelta autodeterminata di prostituirsi, ma contemporaneamente è ad ogni modo ostacolata la professione di tale scelta, non essendo riconosciuta la prostituzione come attività di prestazione lavorativa, escludendo così  i sex workers dai più elementari diritti lavorativi come quelli alla retribuzione, alla previdenza e all’assistenza sociale.
Effetto della legge Merlin sono anche la totale assenza di qualsiasi controllo sanitario, a discapito di tutti, e la difficoltà, dovuta all’applicazione del reato di favoreggiamento (per cui se affitti un appartamento ad una prostituta che vi riceve i clienti potresti essere condannato con tale capo d’imputazione), di svolgere le prestazioni sessuali all’interno di un proprio luogo di lavoro, con la conseguente crescita esponenziale delle prostitute costrette a cercare clienti nelle strade esponendosi ad ancora maggiori pericoli.

Negli ultimi tempi però qualcosa sta cambiando; sono state presentate in Parlamento, nel giro di soli due anni, 16 proposte di legge a favore della regolamentazione della prostituzione, che tuttavia trovano ancora forte ostruzionismo da parte di determinate fazioni politiche. Anche sul piano internazionale, da qualche anno, la spinta verso la legalizzazione della prostituzione si è fatta sempre più forte, con interventi delle Nazioni Unite e riforme attuate in diversi Paesi.

Nel dicembre 2012 il programma congiunto delle Nazioni Unite sull’Hiv/AIDS ha pubblicato un documento sulla Prevenzione e trattamento dell’HIV e di altre infezioni a trasmissione sessuale per i lavoratori sessuali nei paesi a basso e medio reddito in cui sono contenute le seguenti raccomandazioni e buone pratiche:

  1. Tutti i paesi dovrebbero impegnarsi verso una depenalizzazione del lavoro sessuale e l’eliminazione dell’applicazione ingiusta di leggi e regolamenti non penali contro i lavoratori del sesso.
  2. I governi dovrebbero stabilire leggi anti discriminatorie e che ne favoriscano i pieni diritti civili, contro ogni forma di discriminazione e violenza, al fine di realizzare l’attuazione dei diritti umani e ridurre nei soggetti coinvolti la vulnerabilità all’infezione da HIV e l’impatto dell’AIDS nei paesi in via di sviluppo. Le leggi e regolamentazioni dovrebbero garantire il diritto ai servizi sanitari e finanziari sociali.
  3. I servizi sanitari dovrebbero essere disponibili e accessibili ai lavoratori sessuali sulla base del principio riguardante il diritto alla salute.
  4. La violenza contro le prostitute è un fattore di rischio e dev’essere prevenuto e affrontato in collaborazione con i soggetti coinvolti.

Secondo l’ONU, sulla base di ciò, la prostituzione volontaria di persone adulte dovrebbe essere tollerata e legalizzata, se non si figura come una tratta schiavistica ma come una scelta professionale.

Le soluzioni proposte sono infinite, dalla riapertura delle case di tolleranza alla zonizzazione in determinate aree, dalla creazione di un Albo professionale alla semplice depenalizzazione di alcune figure di reato. Certo è che di esempi a cui guardare ce ne sono molti e che la possibilità di giungere alla realizzazione di una buona riforma, anche attraverso il confronto con le organizzazioni umanitarie e i rappresentanti del settore, è tutt’altro che esigua.

I risvolti positivi di un tale cambiamento sarebbero molteplici, a cominciare da una più facile repressione delle odiose attività criminali che traggono beneficio da questa situazione fino ad arrivare, una volta realizzato un diverso e più sano equilibrio sociale in merito, alla possibilità di instaurare davvero un serio e non ipocrita dibattito etico trasversale sul tema.

Ma quello che non bisogna mai perdere di vista è che alla base di ogni etica vi è la vita vera, ed è per questo che tale scelta è prima di tutto una scelta di civiltà.

Alessandro Marrazzo

Fotografia in copertina di Paolo Patrizi, “a disquieting intimacy”

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