Za’atari – viaggio in Giordania

Nel 2016 grazie ad Unicef Italia e all’Unione Europea, tramite il ruolo di ambasciatrice dei giovani per la campagna #emergencylessons, ho visitato le scuole del campo rifugiati Za’atari in Giordania e portato successivamente testimonianza in varie scuole italiane.

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Il campo Za’atari ha aperto nel Luglio del 2012 e circa 80 mila rifugiati siriani vivono qui. Io posso ben capire cosa significhi dover lasciare il proprio paese e posso capire quanta insicurezza si provi rispetto al futuro, sebbene abbia avuto la fortuna di non vivere mai in un campo del genere.
Nel 2000, dopo l’instabilità politica e sociale che colpì la Serbia, i miei genitori decisero di abbandonare il paese per trasferirsi in Italia. Ancora oggi i rumori dei bombardamenti tornano forti durante i temporali nella mia testa e l’unica immagine che ricordo di quel periodo è la copertina che usavo per scappare nel seminterrato.

La sera prima della visita ero molto preoccupata di come i bimbi mi avrebbero accolto, ricordandomi di quanto impaurita e schiva fossi io appena arrivata in Italia. Avvicinandoci al nord del paese il paesaggio diventava sempre più arido e il caos di Amman sempre più lontano. Il campo Za’atari sembrava non avere una fine e solo ritrovandomi al suo interno capì effettivamente la portata del dramma di queste persone.
Il campo è diviso in 12 distretti e le abitazioni, che ora sono prefabbricati, inizialmente erano solo tende. La prima tappa è la scuola del terzo distretto. Le lezioni si svolgono su due turni: la mattina le ragazze, mentre nel pomeriggio i ragazzi. La prima cosa che ho notato sono stati i vari disegni sulle pareti e i sorrisi delle bambine che prima timide si nascondono, ma poi corrono ad abbracciarmi e giocano con i miei capelli. Nell’ufficio della preside incontro Malak, una ragazza siriana poco più piccola di me. Lei non parla inglese, ma con gesti e con sorrisi riusciamo a far amicizia e a legare. Malak vive da tempo nel campo e alla mia domanda su cosa vorrebbe fare da grande mi risponde, con un sorriso, che è indecisa tra l’essere medico o insegnante, sebbene poi mi confessi che ottenere una borsa di studio probabilmente sarà impossibile visto il numero limitato.

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Lasciata la scuola, ci siamo spostati verso il Makani center, che significa “il mio posto”. Il nome non è casuale, qui i bambini ricevono supporto psicologico e tramite una istruzione non formale si prova a reinserirli nelle scuole, mentre per i più grandi ci sono corsi di avviamento al lavoro tra cui riparazione dei cellulari e corsi di taglio e piega. I bambini nel Makani hanno età diverse, molti di loro lavorano e per questo non possono frequentare le scuole, ma qui hanno l’opportunità di giocare, fare merenda e imparare conoscenze base.

Dopo un pranzo veloce alla base, visitiamo un’altra scuola. Qui ci sono bambini maschi più piccoli tra i 6 anni e gli 11. Le aule sono piccole e molto calde, il materiale dei prefabbricati e l’assenza di climatizzatori abbastanza potenti rende durante i giorni più caldi l’aria irrespirabile e i bambini sono costretti continuamente a fare pause tra una lezione e l’altra per lavarsi la faccia e cercare di rinfrescarsi un po’. Decidiamo di tornare a visitare la nostra (ormai amica) Malak e la sua famiglia. Malak vive nel settore 1 e per arrivare da lei dobbiamo percorrere la via centrale del campo. Rimango stupita dalla quantità di negozietti che vendono non solo spezie, cibo, giochi ma addirittura abiti da sposa, a dimostrazione del fatto che nonostante il dolore la vita va avanti.

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La famiglia di Malak abita nel campo dal 2012 e la loro abitazione è composta da 2 stanze e uno spazio centrale coperto da una tenda dove c’è la cucina. La madre lavora, mentre il padre si occupa dei figli ed è proprio lui che ci confessa che vorrebbe provare ad arrivare in Europa tramite la rotta dei Balcani pur di assicurare ai suoi figli un futuro migliore. L’accoglienza di questa famiglia mi commuove, ci riempiono di biscotti e succo. Prima di andare via Malak mi regala un suo anello, dicendomi che ormai siamo sorelle e che è contenta di aver conosciuto qualcuno di così diverso, ma simile a lei. Salutiamo Malak e lentamente ci allontaniamo dal campo. Durante il ritorno verso Amman non riesco a smettere di pensare a come per queste persone non esista altra alternativa che rimanere lì o rischiare la vita attraversando il Mediterraneo.

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Jovana Kuzman

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