Intervista a Tommaso Fusari

Martedì scorso, quando decidiamo di sentirci per telefono e Tommaso mi chiama, mi avverte subito, dicendomi che è appena tornato a casa dal lavoro e che in mancanza di cose da mangiare si sarebbe fatto un piatto di pasta burro e parmigiano: “Sembra facile da fare, ma è un sacco difficile non farla venire troppo secca, il segreto sta nell’acqua in cui la fai bollire!”. Fra acqua che bolle e brevi consulti sul tipo di pasta da mangiare (penne rigate, ovviamente) iniziamo l’intervista.

1. Come ti è venuta l’ispirazione per i personaggi di Alice e Stefano? Lei, così forte e fragile allo stesso tempo, e lui così umano. Quanto c’è di autobiografico nella storia?

Allora, i personaggi del libro sono tutte persone reali a cui ho cambiato i nomi, per quanto riguarda Alice, esteticamente mi sono ispirato ad una ragazza che mi è piaciuta per molto tempo, a livello di carattere non si somigliano, per definire il carattere e l’essenza di Alice ho pensato a tutto quello che mi piacerebbe trovare in una ragazza. Stefano invece rappresenta me ed interiormente, per molti versi, rappresenta tutto quello che vorrei essere ma che non sono; i suoi difetti sono tutti miei, i pregi sono quelli che vorrei diventassero legge del mondo. La loro storia è nata sul momento, partendo da un post che avevo scritto su Facebook, che poi è diventato il prologo del libro.

2. Oltre che la storia di Alice e Stefano a Torino, il tuo libro racconta anche un’altra storia, la loro a Roma. I luoghi, i sapori, il suo essere caotica e rassicurante al tempo stesso. Pensi che senza aver conosciuto in prima persona questa città saresti comunque stato in grado di rendere magico il tuo racconto?

A Torino ho vissuto un po’, ma sono certo che se non fossi stato romano non avrei pensato a Roma per i luoghi del mio libro. Volevo posti in cui fossi stato abbastanza a lungo da poterli descrivere come se non fossi un turista.

3. Le polpette della mamma di Stefano hanno fatto venire fame a tutti quelli che hanno letto il tuo libro. C’è qualcuno della tua vita a cui devi questo particolare?

Sì, a mia nonna. Era la Signora delle Polpette.

Era usanza che ogni domenica fossimo a casa a pranzo da nonna, e il menù era sempre: fettuccine al ragù, polpette fritte e al sugo con contorno di piselli. Diciamo è stato il mio modo di metterla nel libro. Così come il pollo ai funghi che Stefano prepara ad Alice quando sono a Torino, che fa mia zia.

4. C’è qualcosa che cambieresti del tuo libro? Se sì, cosa?

Leverei parecchie metafore, se non tutte. Non ho mai riletto il libro, perché ci ho messo troppo me, e forse a tratti non ce la farei a rileggerlo.

A questo punto Tommaso mi suggerisce una domanda, che gli sta particolarmente a cuore:

5. Qual è la canzone del libro?

“Let’s hurt tonight” degli One Republic, ma non l’ho mai menzionata nel libro perché ci tenevo a non dare un’idea precisa sull’epoca in cui si svolge la storia.

6. Dici sempre che sono le persone che ti seguivano sulla pagina Facebook “Tempi duri per i romantici” che ti hanno convinto a scrivere questo libro, ma se ti chiedessi di pensare ad un momento preciso in cui hai preso la decisione, cosa ti viene in mente?

Beh direi quando mi ha chiamato Frank per la prima volta. È lo scrittore e editor che mi ha scoperto; mi contattò un giorno su Facebook mentre lavavo la macchina. Mi disse che aveva letto le cose che scrivevo su Facebook, e mi chiese se avessi mai pensato di scrivere un libro, gli dissi che sì, ci avevo pensato, ma mai sul serio. Un giorno ci siamo sentiti per telefono ed abbiamo fatto un brainstorming di quelli che non sai come finiranno. Dopo questa telefonata mi è venuto in mente tutto, da come avrei dovuto iniziare a come avrei dovuto finire il libro. Sono partito dal prologo, che avevo già, ed ho aggiunto Stefano, mantenendo i luoghi.

7. Quali sono i tuoi modelli per quanto riguarda la scrittura?

Eh, non ne ho la più pallida idea! Cioè, probabilmente mi ispiro a qualcuno, però non saprei dirti con certezza. I dialoghi del mio libro seguono le impronte di quelli di Guido Catalano, sono dei botta e risposta continui. Se dovessi dirti un modello vero come modo di raccontare le storie direi John Green.

8. Visto che mi hai lanciato l’assist, qual è il tuo libro preferito di John Green?

Cercando Alaska senza dubbio.

9. E il tuo libro preferito in assoluto?

Non saprei proprio scegliere!

Direi “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore” di Luis Sepúlveda, “Mancarsi” di Diego De Silva e “L’ho mai raccontato del vento del Nord” di Daniel Glattauer.

10. Ti sei mai cercato su Google? Se sì, com’è andata?

Sì, ed ho visto che ancora non sto su Wikipedia, quindi non ho ancora sfondato del tutto. Ci sono però le pagine di Tumblr che mi hanno condiviso delle cose. E una cosa che scrissi un po’ di tempo fa: “Il calcolo delle probabilità”, che è diventata forse la cosa più condivisa, anche se penso sia la cosa che ho prodotto che odio di più.

11. A che età hai iniziato a scrivere? Di cosa scrivevi?

In realtà la risposta ufficiale sarebbe che scrivevo i temi, ma la prima vera cosa lunga che ho scritto al di là dei temi, che mi erano imposti, la scrissi che avevo 10 anni, sulla ragazzina che mi piaceva alle elementari. Poi da lì ho cominciato a scrivere cose qua e là, principalmente su Facebook, facevo l’opinionista non richiesto da nessuno. Poi ho incontrato la mia ragazza storica (che è la ragazza della dedica del libro) e ho cominciato a scrivere di lei. Quando ci siamo lasciati il mio modo di scrivere è cambiato del tutto ed è da questo che viene la dedica del libro, perché vuol dire che il mio modo di scrivere è cambiato talmente tanto che adesso piace di più.

12. Oltre a “Tempi duri per i romantici” ed a “Ci vediamo tra poco”, da poco uscito, hai altri libri nel cassetto da ultimare, aggiustare o pubblicare?

In realtà mi sono preso un periodo di pausa.

Il primo libro è stato quello che è stato perché mi è stato chiesto dai lettori, che è una cosa bellissima! E vorrei arrivare ad una saturazione simile, continuare a condividere cose e magari far lanciare di nuovo l’hashtag “#escistolibro”. È bello perché senti di fare un regalo ai tuoi lettori. Ovviamente questo mio metodo non rientra nelle tecniche di scrittura per farne un mestiere…

13. So della tua passione per la Disney, quindi per concludere in bellezza: se dovessi definirti, con una frase di un film Disney, quale sceglieresti?

Sceglierne una sola è difficile, te ne do due:

“Bhè, non c’è malaccio, sai è un po’ tetro, un po’ buio e come sempre pieno di gente morta, che vuoi farci!” ed “Alzate quei deretani da titani ed arrossate qualche olimpica chiappa!” entrambe di Ade, da Hercules.

Mavi Massarin

Recensione di “Tempi duri per i romantici”

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