Che cosa NON è una poesia

Negli ultimi anni, in particolar modo dopo l’invenzione dei cinguettii di Twitter, il mondo di internet ha visto proliferare nuove figure di autori e di composizioni: parlo ovviamente dei “poeti” di internet e delle “poesie” da social network.
Le virgolette che incorniciano i sostantivi poeti e poesie lasciano chiaramente trasparire il mio giudizio riguardo tali composizioni e tali autori. Cercando di non generalizzare – poiché ogni generalizzazione lascia il tempo che trova – cercherò nelle righe seguenti di definire che cosa NON possiamo in alcun modo considerare poesia.

Tentare di definire che cosa sia la poesia è un compito arduo: è un tipo di composizione sfuggente, dominato dalla soggettività e che difficilmente si lascia ingabbiare in delle griglie valutative predefinite. Generazioni di critici, poeti e autori di ogni tipo e levatura si sono arrovellate su questo problema e non sarà questo il luogo nel quale cercheremo di aggiungere una pietra a questa infinita cattedrale in costruzione – e d’altronde il sottoscritto non dispone delle competenze necessarie per poterlo fare. Possiamo però tentare di definire – e questo è più facile, anche se ugualmente sfuggente – che cosa NON sia poesia. In che modo? Guardando agli esempi più illustri e confrontandoli – pur se non direttamente – con molti dei presunti componimenti poetici che circolano sui social network ai nostri giorni.

Possiamo dire che il più grande scarto tra la poesia antica e moderna e quella che definiamo contemporanea sia l’assenza delle forme metriche. La metrica – che da sola, in effetti, poteva essere sufficiente a definire un componimento in versi una poesia – ha cominciato ad essere messa in discussione dal Romanticismo prima e dal Decadentismo poi, per subire infine il dominio assoluto del verso libero nel Novecento per poi arrivare ai nostri giorni. Quello del verso libero, a mio parere, è una delle più grandi incomprensioni per coloro che si avvicinano oggi alla poesia.

Scrivere
un testo
in questo modo
di certo
– figuriamoci –
non lo rende
una poesia.

Venuta meno la metrica, il verso libero con la sua duttilità ha reso possibile che un testo in versi fosse considerato organico non più soltanto per la scansione degli accenti, delle sillabe e delle rime, ma anche e soprattutto per le immagini di suono, di figura e di ordine che il poeta, con abilità, dispendia nel suo testo al fine di creare una rete di simmetrie e di significati simbolici. Un testo che non disponga di una rete logica – più o meno percepibile dal lettore, a seconda della propria sensibilità – di immagini, suoni e significati simbolici, di certo non può essere considerato una poesia.
In sostanza: non basta scrivere testi in prosa – più o meno originali nel contenuto e nel messaggio, non è questo il punto – ordinandoli in versi: per comporre una poesia serve sicuramente dell’altro.

Altri due grandi incomprensioni della “poesia” dei social network è secondo me quella nei confronti della tradizione poetica della letteratura italiana e nei confronti del suo carattere aulico e – diametralmente opposta, ma ugualmente fraintesa – nei confronti delle tradizioni poetiche del Decadentismo prima, del Crepuscolarismo e Scapigliatura poi, e infine del Futurismo – in particolar modo quello di Palazzeschi.
Se nel primo caso l’incomprensione è nell’uso spropositato e senza motivo di termini aulici e desueti – la nostra lingua ne faceva uso poetico proprio perché era, almeno fino alla metà del Novecento, prevalentemente scritta e letteraria – nel secondo caso si ha, come rovescio della medaglia, l’entrata in ciò che è considerata “poesia” di termini e temi così comuni e di uso medio da renderla troppo prosaica e mediocre.

Ultima incomprensione sulla vera poesia e sull’arte poetica è, secondo me, quella nei confronti dell’Ermetismo. C’è chi ingenuamente, componendo versi brevi, ricchi di “paroloni” e “massime” più o meno originali, crede di aver fatto poesia al pari dell’Ungaretti di Soldati o di Mattina. Questo tipo di composizione – a seconda dell’originalità e della profondità dei significati – potrebbero essere inseriti, al massimo, nel solco degli aforismi o delle espressioni proverbiali, ma non di certo nel filone poetico. Le poesie ermetiche, pur essendo così brevi, disponendo di una vasta e complicatissima gamma di figure di significato – tra cui un ampio uso dell’allegoria – possono essere soggette a molteplici intepretazioni: ed è proprio questo che le ha rese così coriacee nei confronti del tempo e della critica.

Per concludere ci basterà dire che, un componimento in versi NON può essere considerato poesia:
– se manca di una struttura e di una coerenza interna (data non solo da figure di suono, ma anche di significato e di ordine);
– se sfoggia termini aulici senza particolari fini espressivi o, al contrario, è inquinato da termini e/o immagini e/o significati troppo mediocri e riconosciuti e facilmente comprensibili dalla maggior parte dei lettori, senza quindi esprimere un reale lirismo da parte dell’autore – non sostengo che una poesia debba essere incomprensibile ai più, ma quantomeno che debba coinvolgere il lettore nell’impegnativo “gioco” del comprendere che cosa l’autore abbia voluto comunicargli con il suo “codice” e/o linguaggio simbolico;
– se l’ordine sintagmatico è nettamente dominante su quello paradigmatico – come è tipico della prosa – ovvero se il testo si concentra più sui significati che non sui significanti – andando a tessere una rete di simmetrie e richiami tra i suoni.

Infatti, come sosteneva Mallarmé:

È Poesia il sublime mezzo per il quale la parola conquista lo spazio a lei necessario: comporre versi è un’attività che si potrebbe definire testografica.

Non sono, secondo me, requisiti impossibili da soddisfare per tentare di produrre un testo con velleità poetiche: chiunque, con un minimo di capacità comunicative e di sensibilità, può provarci. Far passare però come poesie dei componimenti in verso libero – dal significato più o meno originale e profondo – è davvero delittuoso: nei confronti della Poesia, nei confronti di coloro che all’unanimità vengono considerati poeti e nei confronti della sensibilità di un lettore consapevole.
Chi avesse voglia di far leggere questi aforismetti o presunti tali ad un pubblico, dovrebbe smetterla di perdere tempo nell’autoproclamarsi “poeta” e impegnarsi nel costruire un testo organico in prosa nel quale inserire quello che altro non sono che singhiozzi di periodi.

Danilo Iannelli

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