Venezia 74 (parte 1 di 2)

Dal 30 agosto al 9 settembre 2017 il Lido di Venezia ha ospitato, come da tradizione, la 74esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica. Il festival è composto dalla selezione ufficiale, suddivisa in “Concorso”, “Fuori Concorso” e “Orizzonti”, e dalle sezioni parallele “Settimana della critica” e “Giornate degli autori”, insieme ai “classici restaurati”, le “proiezioni speciali” e il “Biennale college”. Di seguito i commenti dei film che ho visto alla Mostra.

Premessa: per alcuni titoli mi avvarrò della parola “caruccio” secondo la definizione data da Zerocalcare: “Caruccio vordì che te lo scarichi e te lo guardi a casa invece de buttà 7 euri”, buona lettura.

VENEZIA 74 – CONCORSO

DOWNSIZING, di Alexander Payne

Il film d’apertura è stato un presagio, insieme all’apertura di Orizzonti, del fatto che quest’anno Venezia si merita il titolo di regina dei festival, con Cannes sempre più alla deriva e Berlino che si difende, ma non brilla quanto la Mostra. Payne dopo l’intimo e bellissimo Nebraska di 4 anni fa si dedica a un film più “ampio”, ma non per questo meno interessante. “Downsizing” affronta tematiche attuali tramite una lente particolarissima. Basta dire che Cristoph Waltz interpreta un contrabbandiere serbo alto 12 centimetri per andarlo a vedere?

Downsizing

LEAN ON PETE, di Andrew Haigh

Dopo “Weekend” e “45 anni” Haigh si è presentato al Lido con tante attese, non ripagandole completamente. “Lean on Pete” è un film di un autore ormai maturo, ma a salvarlo dal “carucccio” è l’interpretazione di Charlie Plummer, fresco vincitore del premio Marcello Mastroianni per il miglior attore emergente.

lean on pete

HUMAN FLOW, di Ai Weiwei

Il vero capolavoro del festival, inspiegabilmente stroncato da pubblico e critica. L’artista cinese Ai Weiwei è riuscito a creare una narrazione poetica, forte, globale del problema delle migrazioni, da Myanmar al confine USA – Messico, passando per Lampedusa. L’anno scorso “Fuocoammare” vinceva l’Orso d’oro a Berlino, quest’anno “Human Flow” era in concorso a Venezia, che nonostante sia un festival meno politico della Berlinale ha proposto una serie di titoli che trattano con stili e angolature diverse la crisi dei migranti in Europa. Speriamo che il film possa superare questa inutile stroncatura e arrivare nei cinema, perché di opere di questo tipo ne abbiamo più che bisogno.

human flow

LA VILLA, di Robert Guédiguian

Grande film che propone i temi ricorrenti di questa Mostra: il rapporto genitori – figli,  l’elaborazione del lutto e i migranti. Teatro della vicenda è un ormai spettrale villaggio vicino a Marsiglia, che diventa palcoscenico perfetto per raccontare la storia di un’umanità alla deriva, ma con una forte voglia di sopravvivere. Si ricordano due scene memorabili: un flashback, tra i più belli ed emozionanti degli ultimi anni, grazie anche all’utilizzo di “I Want You” di Bob Dylan, e la liberatoria scena finale.

la villa

THE LEISURE SEEKER, di Paolo Virzì

Virzì che dirige un road movie con Donald Sutherland ed Helen Mirren. Suona effettivamente in modo strano, ma “Ella & John” (titolo con cui uscirà in Italia) è un ottimo film, con uno stile preciso e funzionale alle interpretazioni gigantesche di Sutherland e Mirren. Probabilmente è stata la proiezione con più singhiozzi finali da parte del pubblico di tutto il festival.

the leisure seeker

UNA FAMIGLIA, di Sebastiano Riso

Di norma quando alle proiezioni stampa fischiano, poi il film quasi sempre si rivela particolarmente interessante. È stato così per “mother!” e anche per “Una Famiglia”. Chiaramente non stiamo parlando di un capolavoro, gli errori ci sono, ma si prende il rischio di trattare un tema scottante e attualissimo con una durezza sia stilistica che recitativa più che apprezzabile.

Una famiglia

THE THIRD MURDER, di Hirokazu Kore-eda

Qui viene introdotto un altro tema ricorrente della Mostra: il carattere ambiguo della verità. Il dramma giudiziario diretto da Kore-eda, infatti, non è altro che un pretesto per analizzare l’impossibilità insita nell’essere umano di arrivare a una verità assoluta. Il film è un thriller teso, tecnicamente perfetto, che lascia lo spettatore in preda a mille domande e un’angoscia non indifferente. Fortuna che subito dopo “The Third Murder” è iniziato “mother!”, che in quanto ad ansia si difende piuttosto bene.

the third murdere

MOTHER!, di Darren Aronofsky

Et voilà, il film più assurdo e fischiato di Venezia è servito. Va detto che per un’oretta mi sono chiesto che film stessi vedendo, perché e di cosa parlasse. Ma dal “turning point” (che per ovvi motivi non rivelo, altrimenti davvero non avrebbe senso vederlo) diventa un delirio estetico e concettuale mirabile. Attenzione: potrebbe contenere tracce di “caruccio”, maneggiare con cura.

mother!.jpg

ANGELS WEAR WHITE, di Vivian Qu

Vivian Qu, al suo secondo lungometraggio, realizza un film terrificante, ma anche estremamente profondo e lirico. “Angels wear white” è uno dei titoli più interessanti in concorso, simile per impatto emotivo e visivo a “The Third Murder”. Il ritratto della Cina che esce fuori è un pugno nello stomaco, in questo il titolo gioca un ruolo fondamentale, oltre a lasciare lo spettatore con un groppo in gola per diverse ore dopo la proiezione.

angels wear white

AMMORE E MALAVITA, dei Manetti Bros.

Il delirio puro, con Song’e Napule i Manetti avevano finalmente ottenuto successo di pubblico e critica, ma con “Ammore e Malavita” hanno raggiunto dei livelli di caos meravigliosi. Ci sarebbe tanto da dire sul film ma credo basti questo per rendere l’idea: “Ammore e Malavita” è un musical sulla camorra che mescola azione, commedia, gangster e 007.

ammore e malavita

SWEET COUNTRY, di Warwick Thornton

Iniziamo con i premi, a “Sweet Country” va il Premio Speciale della Giuria. Thornton dirige un western come una galleria di quadri settecenteschi. Interessante l’utilizzo straniante del montaggio con audio differente, per sottolineare l’inquietante razzismo che pervadeva (e, sembra dirci, pervade ancora) la società australiana.

sweet country

JUSQU’À LA GARDE, di Xavier Legrand

Al suo primo lungometraggio Legrand si prende sia il premio per la miglior opera prima che il Leone d’argento per la miglior regia. Mentre sul premio alla regia qualche dubbio ce lo poniamo, sull’importanza del film non si discute. “Jusqu’à la garde” è un titolo che è destinato, si spera, a far parlare di sé. Legrand riesce a tracciare un percorso ben definito che porta un marito separato a raggiungere (o forse no) il femminicidio, passando per la questione dell’affidamento. Ispiratissimo sia nel trattamento di un tema del genere sia nella realizzazione, a metà tra il thriller e il drammatico alla Dardenne. La vera speranza è di poterlo vedere in sala.

jusqu'a la garde

HANNAH, di Andrea Pallaoro

L’esatta definizione di “caruccio”. L’unica utilità del film sta nel dimostrare definitivamente l’immensa bravura di Charlotte Rampling, che riesce a trasmettere delle emozioni anche interpretando il nulla, sarà per questo che ha vinto la Coppa Volpi alla miglior attrice femminile?

hannah

FOXTROT, di Samuel Maoz

“Foxtrot è il nome di una danza che si balla così…” sentiamo ripetere al padre e al figlio protagonisti del bellissimo film di Maoz, che esordì otto anni fa proprio a Venezia, vincendo il Leone d’oro. Con “Foxtrot” si assicura il Gran Premio della Giuria. Ritorna l’elaborazione del lutto, utilizzata per sviluppare una profonda riflessione filosofica sull’essere umano e la sua fragilità. E il ballo del Foxtrot si ripete nei momenti cruciali del film, svolgendo un forte ruolo simbolico, rendendosi protagonista di una sequenza memorabile in cui un soldato balla con un fucile d’assalto.

foxtrot

THE SHAPE OF WATER, di Guillermo Del Toro

Leone d’oro. Finalmente. Se è stato per interessi economici, distributivi, produttivi non ci interessa, è un premio meritato e arriva come riconoscimento per un grandissimo regista e per il cinema di genere. In “The Shape of Water” Del Toro riprende lo stile, l’estetica e la narrazione del suo capolavoro “Il labirinto del fauno” per girare, molto probabilmente, un altro capolavoro. Tessuto sociale, ambientazioni dark, mostri particolari e riflessioni ampie sul genere umano si alternano meravigliosamente in questo meccanismo perfetto. “Dedico questo Leone d’Oro ai giovani registi latinoamericani e messicani, voglio dire loro che l’importante è avere fede in qualsiasi cosa, io ad esempio l’ho nella senape. Credo nella vita, nell’amore e nel cinema”.

the shape of water

Purtroppo, alcuni film in concorso non sono riuscito a recuperarli. E tra di loro ci sono la miglior sceneggiatura a “Three Billboards Outside Ebbing, Missouri” e la coppa Volpi al miglior attore a Kamel El Basha per “The Insult”.

Dal concorso è tutto.

Claudio Antonio De Angelis

 

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