“Che cos’è per te la Libertà?”

Il caffè Belga di Bruxelles è uno dei caffè più suggestivi che abbia mai visto, con questa imponente scritta e un vortice di rosso che travolge un po’ tutto e tutti.
Le persone usano bere la birra uscite dall’ufficio o cercare di trovare sulla carta qualcosa di alcolico, per sciogliere lo stress quotidiano, perché si sa che Bruxelles è una di quelle città che ti inghiotte dentro una dinamica veloce, serrata, coinvolgente.

Seduta sulle panchine esterne stavo aspettando qualcuno che dovevo incontrare, ma si sa, che quando dai un appuntamento agli italiani, faranno sempre quei circa 15 minuti di ritardo, ma dopo quasi un semestre in Germania non era possibile per me pensare a questo ritardo così comune.(ai concittadini)
Marco si presentò letteralmente 20 minuti dopo, con un sorriso travolgente, dicendomi di andargli incontro.
Entriamo. Un gran rumore, tutti che parlano lingue diverse e io che mi guardo intorno quasi spaesata.
– “Cosa prendi?” –
– “Una birra, grazie!” –

Ci sediamo in un tavolino un po’ isolato, ma non perché il nostro fosse un appuntamento ma perché dovevamo parlare delle classiche cose serie e noiose che piacciono a noi amanti della politica.
Marco viveva a Bruxelles da due anni ormai, proveniva dalla mia stessa città e aveva fatto quasi esattamente il mio percorso di studi.
Eravamo lì perché necessitavo di( volevo chiarire con lui) chiarire i miei soliti dubbi emblematici sulle mie prospettive future.
– “Allora come ti trovi?” – chiedo schiettamente, eravamo lì per quello e di certo non aveva senso fare giri di parole.
Marco fa un sorriso grosso come una casa e rilassato risponde: – “Bene!” –

Inizia a raccontarmi di quanto il suo Master in studi Europei sia brillante, di quanto sia bello poterlo fare in una sede come Bruxelles e di quanto il mondo gli giri intorno a suo favore.
Mi racconta delle manifestazioni multietniche che vede ogni giorno, del fatto che il francese ormai è la sua seconda lingua senza averla studiata così tanto, perché in fin dei conti se trovi un’altra casa tutto ti appartiene, un po’ in automatico.
Mi parla delle conferenze che ha visto la scorsa settimana, una manifestazione di un ciclo di incontri per avvicinare il mondo europeo a quello musulmano e quanto secondo lui, questo, sia stato interessante ed utile per rendersi conto che l’integrazione fa solo parte di noi.

Poi mi ha raccontato quanto i Belgi siano difficili se tu sei straniero, ma che lui ha battuto chiodo così tanto da… innamorarsi, di una Belga, mezza tedesca.
– “Sto imparando il tedesco, secondo te posso farcela?” –
– “La lingua dell’amore è più semplice della tua, te lo assicuro” – rispondo sorridendo.
Guardavo Marco e guardavo il futuro, la sua dinamicità invidiabile e la naturalezza con cui si era prestato ad aiutare una quasi perfetta sconosciuta.

E fantastico era sapere da dove fosse partito quel ragazzo: Pinerolo, un paesino di circa 30 mila abitanti, e oggi si trovava nella capitale europea, a parlare italiano, francese e inglese ogni giorno e che per amore, voleva imparare anche il tedesco!
Marco, non proveniva da una famiglia non ha origini benestanti il suo percorso l’ha fatto al 100% in scuole pubbliche, a Bruxelles fa il cameriere la sera e nel week-end, così aiuta i suoi con l’affitto e nei paesi del nord purtroppo vi è quasi una possibilità in più.

Abbiamo parlato per un’oretta, di me e di lui, di quanto i nostri progetti possano prendere un senso in un mondo dove forse non solo ingegneri e medici hanno un futuro.
Per una volta stavamo dando un senso alla nostra disciplina, e forse provavo a dare la dignità che meritava e abbiamo riso su quante volte ci hanno classificato per “Scienziati delle merendine”.
Prima di andare via mi ha guardato e mi ha detto “Comunque non mollare, qualsiasi porta in faccia, qualsiasi no, tu tira dritto. Troverai il tuo posto nel mondo, prima o poi, e spero che sia qui.”

Lascio Marco e inizio a camminare mettendo come sempre David Bowie di sottofondo, quell’uomo da quando era mancato mi mancava più del solito.
Inizio a pensare a tutte le cose belle che ci eravamo detti e dentro di me ho iniziato a sentire una carica intensa, come se qualcuno stesse alimentando me stessa con una presa di corrente elettrica, frizzante e dinamica.
Era fantastico quanto fosse semplice in realtà, avere la possibilità di scegliere, scegliere il proprio posto nel mondo.
I laghi di Ixelles erano gelati, uno scoiattolo cercava un nido tra gli alberi e io non riuscivo a smettere di pensare a quella frase.
Avevo davvero la libertà di scegliere il mio posto nel mondo?
La risposta fu automatica: “Sì”

Grazie ai tanti fattori che mi ruotavano intorno, provenire da uno Stato democratico come il mio, che era casa ma una casa che stava un po’ stretta.
L’unica cosa che dovevo fare era lottare per cercarlo il mio posto, impegnarmi fino allo stremo delle mie forze per trovare quello che stavo cercando: non accontentarmi di quello che non mi andava e studiare per fare ciò che realmente volevo fare.

Forse la nostra società disillusa, la mia generazione sofferente, dovrebbe solo imparare a vedere il bicchiere mezzo pieno e questo non omette le nostre problematiche sociali contraddizioni, difficoltà e ingiustizie continue.
Questo è solo un moto  una chiave per combattere i problemi, e abbiamo il dovere di combattere ciò che ci rende immobili, apatici, rendersi menti attive prone a fare un passo verso qualcosa di diverso e migliorativo.
Il fatto che davanti a me avessi la possibilità di poter fare della mia mente quello che volevo era fantastico ed emozionate: mi sentivo libera senza nessun muro intorno.

Se qualcuno mi chiede quindi, cosa vuol dire per te, la tua generazione, il tuo tempo, la libertà io vorrei raccontargli questa storia: quella di Marco, del caffè Belga e del proprio posto nel mondo.

Vorrei raccontargliela con una nota positiva, perché non si può tralasciare la grande forza del reinventarsi: ormai diventato diritto e forse dovere di tutti.
Vorrei dirgli che la rivoluzione industriale 4.0 è una delle sfide più grosse del nostro secolo ma che invece di essere soppressi oppressi da un’onda bisognerebbe imparare a cavalcarla o meglio ancora: imparare a lottare con le stesse carte.

Gli scioperi per la diminuzione delle ore di lavoro sono iniziati circa 150 anni fa, quegli operai avevano un decimo della nostra informazione, e tutela di diritti e sono riusciti ad ottenere quello che ora(oggi) chiamiamo “giornata lavorativa di 8 ore”.

Questo discorso di certo non potrei farlo a un fattorino di Amazon, ma possiamo negare che non hanno sempre cercato di toglierci il sapore di poter scegliere?

La differenza è molto sottile: un tempo, quando non c’era nulla, la lotta era la risposta.
Oggi, da quando abbiamo trovato tutto già pronto, abbiamo dimenticato cosa voglia dire questa parola.

Ecco, io voglio concludere così, dicendo che per ottenere il proprio posto nel mondo bisogna lottare, senza dimenticare il proprio obbiettivo, perché la possibilità di raggiungerlo c’è, più di prima, più di ogni altro periodo storico.

Giulia Olivieri

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