Annibale Carracci, questo magnifico sconosciuto

La Roma che s’affaccia sul Seicento è iniettata di altri influssi ormai distanti dall’idealismo neoplatonico toscano o dalla grazia che trova il suo apice in Raffaello, il principe dei pittori.

La Controriforma porta con sé conseguenze decisive per la cultura cattolica. Per rispondere al protestantesimo che promuove la cultura della Parola, l’immagine ritorna per la Chiesa di Roma ad essere ribadita quale Bibbia dei poveri.

Grazie al Cielo, l’immagine trionfa e la stretta ecclesiastica crea un effetto opposto: la scoperta della carnalità e del sangue, della quotidianità.

Contemporaneo di Caravaggio, geniale quanto lui, Annibale Carracci (1560-1609), bolognese, fu esploratore di una via alternativa al Manierismo, da attuare attraverso un ritorno al passato.

I colori del genio bolognese sono ispirati da quelli vivaci dei veneziani, la resa realistica dal filone individuabile come “lombardo”, cioè quello che nelle tante pitture regionali della penisola più si attiene alla verosimiglianza rispetto al soggetto ritratto. Caravaggio non tarderà a chiamare Annibale come l’unico “pittore” del suo tempo.

La ribellione contro la distorsione irrealistica, surreale ante litteram dei Manieristi, avviene su di un livello teorico che farà scuola in tutta Italia: Annibale è infatti fondatore intorno al 1580 dell’Accademia degli Incamminati insieme al fratello Agostino e al cugino Ludovico che ne sarà poi rettore stabile.

L’arte romana di quel periodo è malata per la troppa astrazione, per la scelta tematica involuta, il gusto tutto tosco-romano per il disegno inteso come forma da riempire di colore. Questa concezione dell’arte, vista giustamente come un frode dell’ingegno ha come campione il Vasari, più grande come scrittore o architetto che come pittore.

Annibale sarà col celebre toscano sempre in lotta per questo motivo, sviluppando come manifesto diretto e pratico l’osservazione delle anatomie studiatissime a cominciare dalla propria, la stesura libera del colore, l’esplorazione del paesaggio in quell’importantissima Fuga in Egitto del 1603.

Celebri del Carracci, il cui idolo era il divino Urbinate, sono gli autoritratti, veri grandi esempi di meta-arte allo stato puro. Quello con il cappello a quattr’acque del 1593, quello con altre figure in cui la tela diventa un vero e proprio specchio a senso unico, quello sul cavalletto del 1604 che diventa per lui prossimo alla morte un’autentica Vanitas: tutto porta alla percezione autentica del reale, del corpo colto in un istante del suo andare avanti.

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Si ricordi però che il collegamento con i maestri è altrettanto importante: Annibale sa come variare la luce e la gestione del corpo a seconda delle committenze e su cosa puntare per chi gli commissiona figure sacre o profane. La versatilità, la citazione, il vigore e lo studio del vivo sono in lui una cosa sola.

Solo un genio può passare dalle pennellate meticolose ed intense de Il mangiafagioli (1584/5) alla gioia classica e danzante della volta della Galleria Farnese (1590-1600).

Quest’ultima opera, all’interno dell’attuale ambasciata francese, fu il culmine della sua carriera. Sarebbe stato un successo completo se Odoardo Farnese, il committente, non avesse trattato il pittore come un cane, pagandolo anche solo 500 scudi per l’opera e rimanendone insoddisfatto.

Annibale, che soffriva di depressione, male modernissimo, si spense lentamente come una fiamma indebolita, non potendo vedere fino in fondo gli esiti dei suoi allievi: il classicista bolognese Guido Reni, il Guercino e il Domenichino.

Non avrebbe mai saputo che la sua mania per il disegno, il suo narcisismo, il suo gusto per l’incisione avevano creato un importantissimo precedente per la genialità di Rembrandt.

Annibale Carracci meriterebbe tanto di essere riscoperto dal pubblico italiano ed internazionale, per la sua passione dell’immediato che filtra e inumidisce il turgore frigido dei generi pittorici, la sua trasversalità e la voglia di sperimentare che così tanto manca all’arte di oggi.

Antonio Canzoniere

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