Ricchi e poveri di felicità – viaggio a Cuba

Sono le dieci di sera di cinque anni fa e forse anche prima, ma a me sembrano le tre, magari per colpa delle sei ore di jet lag o perché siamo tornati indietro nel tempo seguendo in aereo il tramonto del sole. La prima sensazione è l’aria calda che fatico a respirare, la prima immagine è una strada buia senza lampioni e un lungo porticato gremito di persone che giocano a scacchi, fumano, parlano, forse qualcuno balla: questa è Cuba e a prima vista un po’ mi spaventa. 

Per le strade de L’Avana osservi, respiri e vivi povertà.
Certi bambini ti scrutano e ti seguono, qualcuno trova il coraggio di avvicinarsi e chiacchierare. Giocano a piedi nudi per le strade sporche e sterrate con qualsiasi oggetto abbiano a disposizione, mentre da lontano arriva qualche nota della musica dal vivo dei locali e accennano a qualche passo di danza. Talvolta la sera ballano tutti insieme in grandi piazze adibite a ciò che loro pensano si possa chiamare discoteca, una sala da ballo con un soffitto di stelle e una nube di terra che si alza dalle centinaia di piedi che si muovono all’unisono.
Un gruppo di cameriere appena uscite dal loro turno di lavoro sale su un pulmino pieno di gente senza trovare posto a sedere: hanno lavorato tutto il giorno, forse anche la notte, sono costrette a rimanere in piedi nel tragitto di ritorno verso casa e allora iniziano a ballare e cantare a squarciagola.
Alle persone piace ascoltare le storie di chi passa ogni tanto per quelle strade, anche se chi passa vorrebbe ascoltare le loro.
Il gelato col sapore più antico del mondo, la frutta fresca e l’ospitalità di chi non ha molto e decide di darlo a te, turista, che ti senti in imbarazzo e poi ti senti amato come in nessun altro posto al mondo prima d’ora, forse neanche a casa tua.

E noi siamo schiavi della nostra società, del nostro paese, delle cose e predichiamo la libertà dalle persone. Ci lasciamo imprigionare dall’avere e dimentichiamo la potenza del verbo desiderare.
Desiderare: il sabato del villaggio, il viaggio prima della meta, quell’attesa a volte snervante che ci fa innamorare; letteralmente “sentire la mancanza di qualcosa che offre calore proprio come una stella”. Non avere alcuna certezza, ma vivere immersi nel dubbio e nella più pura emozione.
Avere ci rende schiavi, scavalca il desiderio, quasi sorpassa l’essere: se abbiamo, abbiamo certezze, da mantenere o da perdere. Nel dubbio comandiamo noi.

Ho visto persone non avere niente e avere allo stesso tempo più di quanto si possa immaginare. Le ho viste essere felici, lontane da un consumismo che non riguarda solo gli oggetti, ma imprigiona le menti: più compri, più svendi la tua felicità.
Ho visto persone sorridere, e sorridere di cuore, ballare, cantare, persone stanche senza mai lamentarsi, cuori contenti, occhi accesi e povertà.
Eppure continuo a pensare che la povertà che abbiamo noi qua, la povertà di emozioni forti e di felicità, credo che quella non l’abbiano mai conosciuta – per fortuna.

Martina Moscogiuri

 

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