Il Decameron e la “logica” del mercante

«La rievocazione della civiltà italiana nell’autunno del Medioevo, che si è rivelato nel Decameron grandiosa e suggestiva, trova uno dei suoi centri più vivi e affascinanti nella serie di avventurosi e mossi affreschi in cui si riflette la ricchissima vita mercantile tra il Duecento e il Trecento. Per la prima volta nella letteratura europea riceve alta consacrazione questo movimento decisivo per la nostra storia, promossa e diretto da quei veri eroi dell’intraprendenza e della tenacia umana […]».

Con queste parole Vittore Branca,  filologo, critico letterario e accademico italiano – oltre che uno dei maggiori studiosi contemporanei del Boccaccio –  dà inizio al suo saggio “L’epopea dei mercatanti”, nel quale propone un’interessante chiave di lettura sulla presenza mercantile nel Decameron, punto di partenza imprescindibile per un’attenta e accurata analisi del fenomeno.

Il primo aspetto sul quale bisognerebbe porre l’accento è l’utilizzo dell’espressione ‘autunno’ riferito all’epoca medievale: così facendo Branca pone il Certaldese e il suo tempo come elementi connettivi tra il Medioevo comunale e il grande Umanesimo italiano che di lì a poco avrebbe infervorato il clima culturale di tutta la penisola. La rievocazione del Boccaccio non è casuale: proponendo quella «serie di avventurosi e mossi affreschi» di mercanti che il Decameron mostra, il Boccaccio vuole celebrare quella classe sociale che tra il XIII e XIV secolo funge da vero e proprio motore dell’economia, e quindi del prestigio, italiani, ma ancor di più fiorentini, in Europa.

E ancora, i mercanti boccacciani sono per Branca «veri eroi dell’intraprendenza e della tenacia umana», doti, quelle dell’intraprendenza e della tenacia, nelle quali la maggior parte di loro – ma anche moltissimi personaggi non appartenenti propriamente al ceto mercantile – non pecca mai, e anzi spesso vengono spinte fino alle loro più estreme corruzioni. Ma perché intraprendenti e tenaci? Branca ci risponde sin da subito: coloro contro i quali i mercanti del tempo, primo embrione del moderno capitalismo, dovevano combattere erano, prima di tutto, i mercanti stessi: l’attività del commercio, per forza di cose, non può fare a meno di configurarsi come una sempiterna e spietata lotta d’ingegno e industriosità, nella quale solo il più spregiudicato e temerario riesce ad avere la meglio; senza dimenticare – sarebbe davvero peccaminoso – il ruolo di protagonista che ha la Fortuna, vera e propria ruota che in base ai suoi imperscrutabili capricci, crea e dilapida a suo piacimento i “tesori” degli uomini.

Oltre alla consistente e persistente presenza dei mercanti – nel senso più ampio possibile del termine – nel testo boccacciano, Branca indica come ulteriori protagonisti delle novelle mercantili proprio l’ambiente e soprattutto la ‘logica’ del mercante come elementi altrettanto fondamentali: «[…]il fascino delle novelle mercantili del Decameron, e quella loro capacità di svilupparsi e vivere attorno alla rappresentazione di un ambiente, che alle volte viene in primo piano come il vero protagonista». Tra gli esempi di questo palesarsi dell’ambiente e della logica del mercante possiamo citare prima fra tutte la novella di Ciappelletto (I 1), ma ancora quella di Landolfo Rufolo (II 4) e quella di Andreuccio (II 5), senza dimenticare lo spietato e lucido acume commerciale dei fratelli di Lisabetta (IV 5), nella quale addirittura il mondo mercantesco, con tutte le sue leggi e dialettiche intrinseche, sembra quasi essere criticato dallo stesso autore che ne tesse le lodi.

I fratelli di Lisabetta e Ciappelletto rappresentano, in minor numero ma forse con maggiore drammaticità, degli exempla dell’estremizzazione e della degradazione della logica mercantile, degli «scorci lividi dell’agire dominato dalla più spietata “ragion di mercatura”»; essi fungono da alter ego della configurazione ideale del mercante che Boccaccio ci offre: in essi sembra quasi che il Certaldese «veda in qualche modo i limiti di quel grande movimento che iniziò l’organizzazione capitalistica della società; e li veda più chiaramente proprio quando allo spirito ulissico di ricerca, di conquista di nuovi spazi si sostituisce come unico movente e unica legge la ricerca del massimo e più pronto guadagno».

Il movimento mercantile medievale dunque, è visto dal Boccaccio come una grande ricchezza ma che deve essere sapientemente adoperata: il mercante boccacciano deve saper essere sia tenace e spregiudicato, ma anche coerente alla nuova nobiltà cortese – tutta residente nei fatti e ancor di più nelle parole, che nel sangue –  la quale deve onorata senza che la «ragion di mercatura» prenda il sopravvento.

Nelle ultime pagine del suo saggio, Branca infine individua un elemento pregnante per la nostra analisi: «Ma già nel Decameron, proprio prima della raffigurazione più bieca della “ragion di mercatura” nei Franzesi e in Ciappelletto, si direbbe che questa coscienza si impenni nel terrifico affresco della pestilenza […]» che lo stesso Boccaccio definisce «[…]la mortifera pestilenza: la quale per operazion de’ corpi superiori o per le nostre inique opere da giusta ira di Dio a nostra correzione mandata sopra i mortali […]».

Se da un lato la peste può quindi essere vista come una punizione per l’ormai inarrestabile avarizia diffusasi nella società borghese della prima metà del Trecento, d’altro canto nella sua descrizione nell’Introduzione alla giornata I «[…] palpita e trepida un rimpianto elegiaco, una mesta e umanissima commozione, quasi tassesca, per lo spegnersi di una civiltà ricca e grandiosa: quella della prima generazione dei nostri grandi mercatanti, la cui decadenza iniziata già dalle crisi e dalle difficoltà degli anni precedenti, sembra inesorabilmente fatta precipitare nel flagello del ’48».

La pestilenza allora diventa il simbolo del crepuscolo di quella epica classe borghese che aveva, grazie al suo spirito avventuroso e alla bramosia di miglioramento – economico ma soprattutto sociale – rilanciato l’economia ed il prestigio italiani in tutta l’Europa, posto le basi per l’ascesa borghese nei secoli a venire e portato ovunque fosse giunta, senza armi né violenze, la civiltà ed il progresso. Proprio nel «tramonto di questa società» che aveva creato, nella fase autunnale del Medioevo, i presupposti del nuovo vivere civile e sociale, Boccaccio dà alla luce la sua ‘commedia’, tutta umana e dalle mille sfaccettature, che proprio a questo movimento sociale e ai suoi valori è principalmente sensibile; Branca addirittura la definisce, chiudendo il suo saggio, come una «[…]”chanson de geste” dei paladini di mercatura».

Danilo Iannelli

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