Un anno in Turchia

Scomparsa dello stato di diritto. Pensiero critico bandito. Triste situazione di libertà di stampa. Natura ipercentralizzata dell’amministrazione pubblica. Fine della democrazia.

Il 2017, in Turchia, per alcuni è stato un anno molto fortunato, nel quale si sono raggiunti grandi traguardi e successi, per altri, forse la maggior parte, il 2017 è un anno da dimenticare, l’ennesimo inizio di un’ennesima situazione oppressiva.

Dopo il tentato colpo di Stato, avvenuto il 15 luglio 2016, il Presidente Turco Erdogan ha indetto lo stato di emergenza nazionale. Il colpo di stato militare, però, è stato definito dallo stesso Erdogan come “un dono di Dio”. Proprio perché dopo questo fatidico giorno è iniziata la caccia alle streghe in Turchia, a sfondo politico e sociale, caratterizzata da una forte censura mediatica e l’incarcerazione di molti giornalisti, attivisti e anche deputati dell’opposizione. L’accusa? Sempre la stessa, complici di organizzazioni terroristiche, pericolose per il paese e lo stato.

Il 16 aprile 2017, sotto stato di emergenza, o meglio sotto questa atmosfera di paura, si è tenuto il referendum per cambiare il regime parlamentare turco in regime presidenziale. In questo modo il potere esecutivo avrebbe incentrato sotto il suo controllo anche il potere legislativo e giudiziario. Cengiz Aktar, giornalista, appena prima del referendum diceva: “in caso di vittoria del sì, il referendum renderà costituzionale questo potere forte”. All’indomani del referendum, il 51% della popolazione votante scelse il sì. Un potere presidenziale forte, alla Putin, privo di freni e contropoteri poteva iniziare il suo percorso. Molti giornalisti e opinionisti commentarono l’avvenimento come la morte della democrazia del paese, altri la definirono come una futura dittatura istituzionalizzata. Gli sforzi dell’opposizione, al grido di broglio elettorale, non ebbero alcun effetto. La commissione elettorale respinse il ricorso per l’annullamento del referendum.  


Nel 2017, 150 mila (all’incirca) funzionari statali, insegnanti e giornalisti sono stati licenziati. 50 mila arrestati, talvolta senza alcuna prova d’accusa. 50 nuove prigioni sono state costruite, visto che la popolazione carceraria ha superato del 10% la capacità massima. Erdogan – citando le parole di Steve Bannon, consigliere di Donald Trump – sta “decostruendo l’amministrazione statale”. Così da raggiungere il controllo attraverso personale a lui fedele, ingrediente necessario per il veleno dell’onnipotenza del regime. Azzittisce i giornalisti, perché l’informazione rende liberi. L’informazione risveglia la nostra coscienza critica dal torpore propagandistico in cui spesso cadiamo. L’informazione risveglia in noi la consapevolezza del diritto di resistenza. Resistenza verso un governo che non garantisce pace e sicurezza ai consociati, libertà e uguaglianza. Il tema accademico infine è il più delicato. 8500 accademici sono stati destituiti, istituti scolastici e università sono state chiuse. Seminari e lezioni vengono cancellati, soprattutto per le materie sociali e umanistiche alle quali il governo attribuisce meno importanza. E come in una reminiscenza, un ritorno al passato, l’istruzione primaria è passata dalla scuole statali alle scuole religiose. Nel 2017 più di un milione di ragazzi ha frequentato istituti religiosi, nel 2004 erano all’incirca 60 mila. Pian piano anche i riferimenti alla teoria evoluzionistica vengono levati dai testi scolastici. Secondo il filosofo Yildirim quella che si verrà a formare sarà una “generazione perduta”. Il che può suonare affascinante, ma non lo è affatto.

Anche se la Turchia è oramai guidata da persone che sono ai comandi di Erdogan, in molti non hanno smesso di lottare per la propria libertà e per i propri diritti. In molti stanno aderendo a scioperi della fame, vari accademici hanno organizzato scioperi di 24 ore a Istanbul. Altri hanno manifestato nelle le vie di Ankara per avere indietro il loro lavoro. Lo sciopero della fame dimostra quanto il corpo, anche se consumato e prosciugato della sua forza, se supportato da forti ideali non si piega su se stesso. Questo rifiuto alla sottomissione è a dimostrazione della forza dello spirito umano.

In conclusione lascerei una poesia composta da uno dei leader del partito d’opposizione HDP (partito democratico del popolo) Demirtas, arrestato insieme ad altri funzionari del partito. La composizione è avvenuta durante il suo periodo in carcere.

Dicono “silenzio!”.
E poi dicono, “nessun colore!”.
Anche se vi solleverete con gioia,
vi diranno “nessuna rosa può fiorire”.
E quindi ridiamo, affinché la vostra rivolta non sia resa orfana.
E se questo è un crimine, così sia…
Possa il sorriso del popolo non affievolirsi.
Dicono, “il sole non può sorgere!”.
E puntano la pistola contro la speranza.
Ma voi vi sarete sollevati rapidamente.
E loro daranno la colpa a voi.
E allora corriamo affinché la vostra rivolta non si senta sola.
E se questo è un crimine, così sia…
Non fate impazzire la gente!

Oscar Raimondi

 

Human right whatch, world report 2018 Turkey
Internazionale
Vijay Prashad, Alternat, Stati Uniti
Bernand Guetta, France Inter, Francia
Le Monde
Cegiz Aktar, giornalista

Credit photo: Chris McGrath/Getty Images

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