L’ipotesi Alfano C.T.

Il 29 gennaio si voterà per il nuovo presidente della FIGC, la Federazione Italiana Giuoco Calcio (la “u” è fondamentale), dopodiché si procederà con la scelta del nuovo Commissario Tecnico della Nazionale, rimasta senza condottiero dopo lo scempio della mancata qualificazione ai Mondiali: una batosta che data la plutocratica sicumera con cui è stata raggiunta, ricorda vagamente per l’enormità del tonfo un 4 dicembre mai abbastanza lontano. I nomi nella lista dei possibili successori di Giampiero Ventura – il Cadorna de’ noantri – sono quelli di Carlo Ancelotti, Antonio Conte e Roberto Mancini. Ma siamo sicuri che siano quelli giusti? Certo che no. Un solo uomo sarebbe adatto a questa situazione: Angelino Alfano

Sì sì, proprio lui, Angelino Alfano.

Chi è costui, tanto per iniziare? Ministro degli giustizia nel governo Berlusconi IV, ministro degli interni e vicepresidente del Consiglio nel governo Letta, riconfermato ministro dell’interno nel governo Renzi e ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale nel governo Gentiloni. Il carisma, le doti di leadership, lo sguardo sagace, il tono di voce rassicurante, le conclamate competenze sono tutte doti che non appartengono al curriculum del politico agrigentino, eppure lui è sempre lì. Come fa?

La principale dote di Alfano è lo spirito di adattamento. Nasce come delfino e potenziale successore di Berlusconi in seno al Popolo delle Libertà, del quale viene designato segretario nel 2011; dopodiché durante il controverso governo Letta si fa promotore della scissione del centrodestra in nome della stabilità del già pericolante governo, fondando il Nuovo Centrodestra. Lentamente prosegue la sua lenta ma inesorabile marcia a sinistra, che lo ha visto membro attivo di altri due mandati targati PD. Nel 2017 scioglie NCD per fondare un nuovo partito, Alternativa Popolare, con gli stessi partecipanti e la stessa ideologia del precedente. Se non è talento questo, signori miei, ditemi voi cos’è.


Il 6 dicembre 2017 ha dichiarato pubblicamente che non si ricandiderà alle elezioni 2018: Angelino è uomo di mondo, e fiutando l’aria deve aver capito che non è annata per chi si proclama propugnatori degli ideali moderati. Cosa vuol dire questo? Che è libero per la panchina della Nazionale!

Un uomo che con le sue capacità è riuscito ad andare d’accordo e a convivere proficuamente con personalità tra di loro diversissime come quelle di Berlusconi, Letta, Renzi e Gentiloni non può che essere l’uomo giusto per rinsaldare uno spogliatoio dotato sì di talento, ma affranto e spaccato dopo la batosta con la Svezia.

Un uomo che è riuscito a ricoprire sia il ruolo di ministro degli esteri che quello di ministro degli interni (impresa riuscita fino a quel momento soltanto al barone Bettino Ricasoli, circa 150 anni fa) non può che essere l’uomo giusto per insegnare alla squadra a trasformarsi per affrontare al meglio l’avversario di turno.

Un uomo che è sempre stato al centro delle critiche (vedi il Lodo Alfano, vedi la presunta vicinanza alla mafia, vedi le accuse di Buzzi, vedi il caso della rimozione della sorveglianza al Pm antimafia Pierpaolo Bruni, vedi l’assunzione del fratello minore in Poste italiane, vedi la questione dei voli di Stato, vedi il caso Shalabayeva… Giusto per citarne qualcuno) e che è sempre riuscito a uscirne indenne è l’uomo giusto per traghettare pazientemente la Nazionale fuori da questo mare in burrasca.

Insomma, un uomo perfetto per diventare il C.T. della Nazionale italiana.

Alfano è inoltre un appassionato tifoso: come ammesso da lui stesso in un’intervista a “Il Processo del lunedì” è un accanito sostenitore dell’Akragas, squadra agrigentina militante nel girone C della Serie C. Ha anche detto di essere stato in fase adolescenziale un tifoso della Juventus, per poi ritornare alla fede originaria per la squadra della sua città nativa.

Mi rivolgo così al futuro presidente della FIGC. Non sottovaluti, la prego, l’ipotesi Alfano C.T.: è nell’inaspettato che nascono le grandi soddisfazioni. E comunque, non potrebbe fare peggio di Giampiero Ventura.

Paolo Palladino

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