Profumo di casa

Ha finito il suo pasto, si è pulito la bocca con l’enorme fazzoletto di tessuto che trovava sempre nelle tasche di suo nonno e per questo glielo ricorda tanto e forse per questo è sempre stato così affezionato a quel gesto. Non fa altro ogni giorno. Stende le gambe sotto al tavolo con quei suoi grossi piedi da passeggiatore e se ne sta lì a parlare con i discorsi delle persone. Sente spesso parlare di viaggi da voci allegre e felici, ora che la barba inizia ad essere biancastra; ma da piccolo quando sentiva parlare di viaggi le voci erano tristi e rotte. Quella di suo nonno era quella che ascoltava di più. Una volta gli aveva raccontato di una bambina.

C’era stata la guerra, i soldati avevano combattuto, le città erano state bombardate e le famiglie mutilate. Lei aveva dei lunghi capelli biondi e degli occhietti stanchi, gli occhi di una donna attaccati su un viso di bambina; occhi che volevano vedere le bambole, ma avevano solo visto fuoco e morte, anche se nelle fiabe il fuoco era nel camino e chi moriva andava in posti migliori. Non era sicura di crederci ancora davanti a tanti corpi senza forma, non sapeva neppure chi fossero, non riusciva a capire come sarebbero potuti andare altrove pieni di terra e fango. La mamma la tirava per il braccio.

Un gesto che anche lui ha visto da poco. Lui è piccolo, guarda per terra e non capisce perché si sente così diverso. L’unica cosa che ha è l’ombrellino che tiene in mano, forse l’unico sopravvissuto al mare, e passeggia sotto la pioggia senza guardare nessuno. Cosa pensa si vede dai piccoli denti che spuntano dalla bocca e che continuano a mordere il labbro. Che è diverso da quel modo tipico di chi non si accorge nemmeno di essere di carne e di dover respirare per vivere con chi invece lo fa. Gli occhi non guardano nessuno, perché non è questo il mondo in cui deve cercare. Il passo è quello di uno che cammina su un’autostrada lunare in cui si incontrano solo fiori al centro della strada: lui, infatti, cammina di lato. La mamma cammina un po’ spaventata, come chi ha sotto i piedi una terra che in nessun modo sa di casa. Lo tira per il braccio.

La bambina bionda cercava di capire perché aveva dovuto prendere la sua valigetta, che credeva servisse per giocare nella capanna costruita in giardino dal papà. Non capiva perché questa volta l’avesse dovuta riempire di vestiti e un solo giocattolo, il suo peluche a forma di orso, lasciando tutto il resto e la casa. Non assomigliava più tanto alla sua casa quella, però: non c’erano più i fiori nel giardino e dovevano rimanere chiusi dentro e nascondersi in quella porticina dietro il bagno. Sua mamma le aveva detto che si era deciso di giocare a nascondino ogni giorno e che dovevano assolutamente vincere. Spesso lei sentiva delle voci urlare e credeva di dover uscire, così guardava verso la mamma e la nonna, ma loro non accennavano a muoversi.


Il bambino con l’ombrellino viene accompagnato in una stanza che puzza di nafta e gli fanno una foto con un numero accanto. Non sa che numero è. A scuola ha imparato a contare fino a dieci, poi proprio lì sopra è caduta una bomba e qualche giorno dopo anche sopra casa sua. Così ha preso l’ombrellino ed è scappato via con la sua famiglia. Sarebbe stato il suo compleanno dopo qualche giorno, ma è difficile capire quanto manca e tenere il conto dei giorni quando si cammina con la luce e col buio senza sosta. Ed è difficile sapere quanto tempo sta passando rinchiusi in una stiva. Il passeggiatore ha visto la sua barca, lo ha visto uscire da lì dentro con il suo ombrellino, tirato per il braccio dalla mamma tremante e sfinita, docile come una bambina, ma con l’animo resistente di chi si sta lasciando tutto dietro, eppure cammina avanti con gli occhi fissi su tetti alieni. Le persone schiacciate nella stiva di un barcone gli ricordano qualcosa che ha sentito dire a scuola, qualcosa che riguarda camere e gas.

Una volta lei allora era corsa fuori per fare tana e liberare tutti, ma fuori era solo grigio: gli alberi piangevano, i cani non correvano e a loro era rimasto di partire insieme a quell’unico stormo di uccelli neri che era passato proprio in quel momento sulla loro testa.

Lui continua a camminare dietro la sua mamma. Ha mal di mare, anche se ora è a terra. Un mal di mare da lontananza, mentre tutto ciò che tocca e vede e sente è estraneo, una distesa di mare totalmente sconosciuta, ancora da esplorare, e che fa paura. E’ stato giorni in mezzo all’acqua dentro ad un legno malandato, eppure non ha tremato durante quel viaggio quanto tremano ora le sue piccole gambe ossute davanti ad una casa così grande e nuova, un paese intero, un profumo che non è di casa sua.

La bambina in viaggio aveva letto per terra su un foglio stracciato e bruciato qualche parola: “Tu lascerai ogni cosa diletta..”. Le era sembrata una profezia, una condanna, delle lettere che avrebbe portato stampate in testa per il resto della sua vita chissà dove lontano da lì.

Lui di inglese ora ricorda solo la parola “home”, casa. Non fa altro che ripetersela nella testa, in inglese e in arabo, in arabo e in inglese. Solo casa, quella sensazione così strana che ti stringe fra le sue calde braccia e ti culla nella notte. Casa, dove nessuno può farti del male. Casa, quel puntino bianco che lui non riesce più a vedere all’orizzonte.

Lei avrebbe voluto avere le ali per tornare a casa ogni tanto.
Lui vorrebbe avere le ali per tornare indietro un giorno.
La sua casa era Zara. La sua casa è Aleppo.

Martina Moscogiuri

(La foto nell’immagine di copertina è di Claude Dityvon, “L’homme à la chaise”)

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