La surreale Africa di Flaiano

Uscito nel 1947 e vincitore della prima edizione del Premio Strega, Il tempo di uccidere di Ennio Flaiano risulta un unicum nella produzione dello scrittore e giornalista abruzzese. Nello stesso anno in cui uscivano importanti testi di ispirazione neorealista, come Il compagno di Pavese o Il sentiero dei nidi di ragno di Calvino, Flaiano si propone con un romanzo che egli stesso definisce “una storia assolutamente fantastica, tanto fantastica che non la immaginavo in Italia, ma in Africa, nell’Africa di Erodoto e di Solino“: lo sfondo è quello della campagna di Etiopia del 1936 – alla quale lo stesso Flaiano prese parte – ma la realtà storica si propone come un simbolo di una visione fantastica e surreale, narrata dal punto di vista di un io-narrante davvero poco affidabile, attraverso l’analisi di una vicenda psicologica dominata dall’errore e dalla fatalità.

“Una pace antica, in quel luogo. Ogni cosa lasciata come il primo giorno, come il giorno della grande inaugurazione.”

“[…] qui, il vantaggio di sentirsi in una terra non contaminata: idea che ha pure il suo fascino sugli uomini costretti nella loro terra a servirsi del tram quattro volte al giorno. Qui sei un uomo, ti accorgi cosa significa essere uomo, un erede del vincitore del dinosauro. Pensi, ti muovi, uccidi, mangi l’animale che un’ora prima hai sorpreso vivo […] Tutto è chiaro, e non hai altri spettatori che te stesso. La vanità ne esce lusingata.”

“Quel maggiore imbottito di luoghi comuni ha ragione. È troppo triste questo paese. Troppo triste. Se in una terra nasce la iena, ci deve essere qualcosa di guasto.”

L’Africa è lo sfondo del romanzo di Flaiano: un’Africa selvaggia e spietata, dai toni cupi – che ricorda molto quella di Cuore di tenebra di Conrad – ma allo stesso tempo portatrice di valori positivi, come quelli di una purezza primitiva incontaminata, in grado di riportare l’uomo a se stesso, al di fuori di una patologica e venefica modernità. L’Africa di Flaiano è un luogo che però sfugge alla logica della causa-effetto tradizionale, nel quale le azioni del personaggio si dissolvono fino a perdere ogni significato. Come monsieur Meursault, il sottotenente di Flaiano si ritrova ad uccidere quasi involontariamente, non per scelta, ma per fatalità, forse indotto dal carattere selvaggio che l’ambientazione suggerisce.

“Non è il caso di prendersela […] la guerra è fatta anche di queste storie, di giovani che studiano belle lettere o musica e dopo un anno cadono per l’insalata del generale. Non ne ha nessuna colpa”

Con la storia della lattuga del generale – e di un intero plotone mandato a morire per recuperarla – Flaiano ci suggerisce, in primo luogo, la paradossalità e l’assenza di significato della guerra; è una guerra che nessuno sente propria, che nessuno vuole combattere. La vera guerra sostenuta dal sottotenente di Flaiano, è quella interna: il ricordo di Lei che lo attende in Italia si mescola ai sensi di colpa, ma ogni significato morale sembra venire meno in un luogo in cui ogni evento sembra avvenire senza ragione alcuna, accompagnato dalla noia e l’indifferenza generale.

“Ancor più mi spaventava la certezza che era ormai vano lottare contro un destino che m’aveva già colpito a morte e ora giuocava a propormi difficoltà accademiche.”

“E risi, perché ormai potevo ridere di tutto.”

E deve essere questa la reazione dell’uomo nei confronti della – paradossale e inspiegabile – vita: prima sgomento, poi accettazione e allora il riso. Nell’Africa di Flaiano crollano tutti i valori etici e il sottotenente, omicida, disertore e ladro, torna a casa senza il peso di alcuna condanna, se non quella della propria coscienza. L’uomo moderno, a contatto con la primitiva e vergine Africa, non può fare a meno di corromperla, ci dice Flaiano: ne è immagine eloquente il sornione camaleonte che incontriamo nelle prime pagine del romanzo, al quale il sottotenente mette in bocca una sigaretta accesa per noia.
Soltanto l’ironia, sembra voler dire Flaiano, ci salva dalla nostra terribile modernità, perché “l’imperialismo, come la lebbra, si cura con la morte”.

Danilo Iannnelli

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