I fantasmi della Sicilia

Aprile 2017. Charles Tesson, direttore della “Semaine de la Critique” di Cannes, annuncia che ad aprire la Semaine sarà “Sicilian Ghost Story”, la prima volta per un film italiano. Tesson lo definisce “un incredibile film, incrocio di generi diversi, che combina sguardo politico, fantasia e storia d’amore, con potente maestria”.

Maggio 2017. “Sicilian Ghost Story” esce in contemporanea al festival di Cannes, insieme a “Fortunata” (con una Jasmine Trinca vincitrice del premio alla miglior attrice nella sezione “Un Certain Regard”) e “Cuori Puri”.

Ora il film sta facendo il giro del mondo, dall’Argentina a Hong Kong tutti amano “Sicilian Ghost Story”. Il cinema italiano non poteva proporre biglietto da visita migliore.

“Il Racconto dei Racconti” incontra “Il labirinto del fauno” e si mischia con “I cento passi”. I siciliani Fabio Grassadonia e Antonio Piazza ci hanno regalato uno dei film più belli degli ultimi anni, contribuendo enormemente alla vitalità del cinema italiano contemporaneo. Con “Sicilian Ghost Story” non hanno girato solo un bel film “sulla mafia”, ma sono riusciti a raccontare il cuore della Sicilia, arrivando a toccare il secolare cancro che si annida nell’isola.

Non è un caso che la sequenza iniziale ci mostri una caverna in cui l’unico suono udibile è quello di alcune gocce d’acqua che cadono incessantemente dall’alto, a ritmo lento ma terribilmente regolare. Può sembrare solo un espediente narrativo per catturare l’attenzione, ma nulla è lasciato al caso. Ogni scena, ogni oggetto, ogni dialogo ha una funzione estremamente simbolica.

La grotta apre e chiude il film. La ritroviamo sotto la casa di Luna, la protagonista, e durante la prigionia dell’altro protagonista, Giuseppe. La caverna è oscura, ostile all’uomo, ma è anche il luogo da dove proviene. Infatti se per Giuseppe rappresenta una gabbia senza via d’uscita, un muro su cui si schianterà la sua giovane vita, per Luna vale l’opposto, cioè un rifugio, la sua tana, dove trova ad aspettarla sempre un rapace notturno, altro ruolo e simbolo fondamentale.

SGS

È ormai evidente che ci troviamo di fronte a una favola, per quanto nerissima, vicina come tono della narrazione all’arte dei fratelli Grimm. “Come diceva Leonardo Sciascia: La Sicilia è tutta una fantastica dimensione e non ci si può star dentro senza fantasia. La collisione fra un piano di realtà e un piano fantastico ci ha fatto riconoscere gli elementi che da tempo avevamo davanti agli occhi: un fantasma e la colpa di un mondo che sopprime bambini.” raccontano i registi.

Viene così a comporsi un intricato mosaico di simboli che sublima l’architettura già perfetta del film. È indiscutibile infatti il pazzesco lavoro svolto a livello tecnico. Partendo proprio dal suono, senza il quale i tanti riferimenti simbolici sarebbero impossibili da cogliere, e dall’ispiratissima colonna sonora, arrivando a montaggio, fotografia e regia, che rappresentano un esempio da insegnare nelle scuole di Cinema.

Impossibile non considerare poi la prestazione di tutto il cast, con i due giovanissimi protagonisti Gaetano Fernandez e Julia Jedlikowska su tutti. La loro storia cattura lo spettatore e lo fa cadere in una trappola. Infatti all’inizio il film coccola il pubblico, spacciandosi per una storia d’amore condita da elementi fantastici e lontanamente cupi, per poi condurlo lentamente nell’abisso (emblematica la sequenza del cane nero che sventra lo zaino di Giuseppe).

Il ritmo è paragonabile alle sabbie mobili: inizia piano, è quasi piacevole, poi comincia a sprofondare e stringere lo spettatore in un’angoscia che faticherà a scomparire anche dopo molte ore dai titoli di coda. Eppure il film non è decadente, non si autocommisera, anzi, nonostante la tragedia, lotta con tutte le sue forze per mantenersi in vita. Una splendida metafora di ciò che i siciliani affrontano ogni giorno, da sempre, non solo nei confronti della mafia.

Lago

Il tono fiabesco, quindi, non è altro che un espediente per raccontare sì una realtà territoriale ben precisa, ma per estensione la quotidiana sofferenza del genere umano. Grassadonia e Piazza ci hanno già stupiti con il loro lavoro precedente, “Salvo”, per questa capacità di raccontare il generale dal particolare.

In questo caso grazie alla riuscitissima contrapposizione tra fantastico e crudo realismo, che ha il pregio di raccontare a un livello profondissimo i fantasmi che attanagliano la Sicilia in una stretta mortale. In “Sicilian Ghost Story” la mafia è un’entità indefinita che permea tutto, dai muri sudici ai fiori mossi dal vento, è orco e fantasma, gli esseri umani che definiamo “mafiosi” sono solo pedine di un mostro ben più inquietante. E forse la mafia stessa, con la sua spietata e brutale violenza, non poteva che essere rappresentata così.

Claudio Antonio De Angelis

 

 

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