Il significato della fotografia

Con il ricorrere del centenario (simbolico più che matematico, la prima macchina fotografica Leica venne progettata per precisione nel 1914) dalla nascita della fotografia moderna è stata allestita a Roma una mostra dal titolo I Grandi Maestri. 100 Anni di fotografia Leica. Un’antologica che ripercorre lo sviluppo della fotografia per come la conosciamo oggi attraverso l’esposizione dei lavori dei più grandi maestri del secolo scorso, almeno coloro i quali ovviamente – mettiamocela un po’ di pubblicità – abbiano usato una Leica. Il visitare questa mostra conduce la mente a due ragionamenti: il primo, molto gretto e materialista, si concretizza in una ferma decisione, “mi devo comprare una Leica”; il secondo invece, più alto e spirituale, si dispiega sul significato e sull’essenza della fotografia. Entrambi i ragionamenti sono stati probabilmente, in modo abile e calcolato, indotti dagli organizzatori dell’esposizione, ma come fargliene una colpa?
Credo sia più adatto al contesto il soffermarsi sul contendere spirituale, per quanto un consiglio su quale modello di Leica acquistare non sarebbe affatto sgradito.

Innanzitutto perché e in cosa si distingue la fotografia moderna da quella del passato? A prescindere dalle spiegazioni sulle diversità tecniche, la vera difformità la ritroviamo nelle intenzioni con cui l’occhio si poneva dietro l’obiettivo. Nel periodo che va dalla prima metà dell’Ottocento al 1914, del resto, la fotografia era in un certo senso fine a se stessa, straordinario ma allo stesso tempo mero strumento di riproduzione di immagini, frutto di un processo scientifico più che artistico. Tutto questo ovviamente rappresentava già per l’epoca una rivoluzione culturale, non a caso sarà reciproca la forte influenza tra pittura e fotografia  (esempio ne sono soprattutto l’impressionismo e il cubismo), ma la fotografia non si ergeva ancora al livello di arte autocefala, non potendo e non riuscendo ancora ad esprimersi attraverso quelle potenzialità che la renderanno, dal ventesimo secolo in poi, l’arte del tutto e di tutti.

Per farlo la fotografia doveva tramutarsi da fine ultimo in strumento-mezzo. Inizialmente si aspirava soltanto al produrre una foto, in grado di riportare fedelmente su carta quello che l’occhio umano aveva dinnanzi a sé; successivamente la fotografia amplia i propri orizzonti: il fotografo, quando sta per scattare, non pensa più solo a cosa vede ma soprattutto a cosa vuole rappresentare attraverso il fotogramma: è l’emozione che acquisisce rilievo, il messaggio, il significato, non la fotografia in sé e per sé. La fotografia non deve essere esteticamente piacevole, come in precedenza, fatta di pose studiate, immobilismo, come in un quadro: la foto deve parlare a chi la guarda, instaurando con questi un dialogo. Solo così può elevarsi alla sua massima espressione e imprimersi nell’immaginario dell’osservatore.
Ed è il fotografo a trovare il proprio linguaggio personale e a renderlo comunicativo attraverso la propria opera.

Indiscutibilmente necessaria a questa evoluzione fu proprio l’invenzione della prima Leica, la prima macchina fotografica mobile e dalle ridotte dimensioni, in grado di scattare fotografie in sequenza e nelle condizioni di luce e di tempo via via più diverse. Da allora l’intenzione con cui l’occhio si pose dietro l’obiettivo mutò irreversibilmente, esprimendosi in tutte le sue possibilità.
Le opportunità che questa invenzione consegnò all’entusiasmo dei “nuovi” fotografi furono infinite, come lo sono tutt’ora per chiunque si approcci all’universo della fotografia.

Per esempio dalla possibilità di scattare istantanee in movimento, in qualunque luogo del mondo, nacque uno dei più importanti filoni della fotografia moderna: il fotogiornalismo. Fu proprio questo nuovo ruolo della fotografia  – che non si limita più a riprodurre immagini ma diventa riproduzione della realtà esistenziale circostante – a far evolvere il suo significato intrinseco. Ci si rese conto che le fotografie potevano trasmettere messaggi, opinioni e storie con un’immediatezza così piena che nessun altro strumento sarebbe stato in grado di eguagliare; che la fotografia poteva essere un mezzo attraverso il quale perseguire un impegno sociale e addirittura cambiare il corso degli eventi. Dai reportage di guerra a quelli sulle condizioni di vita degli “ultimi”, la fotografia  – dagli anni ’20 ad oggi – è sempre stata in prima linea nel documentare e fare luce su ciò che troppo spesso si è tentato e si tenta di nascondere.

Ma la varietà di strade intraprese dalla fotografia moderna è veramente impossibile da riassumere in qualche riga di testo. Tanto è stato travolgente il suo impatto sulla vita e anche sulla quotidianità delle persone che ora è assolutamente impossibile immaginare, con un minimo grado di approssimazione, come sarebbe la nostra società senza di essa.

Il significato della fotografia non può darsi per scontato men che mai oggi, in un mondo in cui approssimativamente tutti possono scattare fotografie e condividerle potenzialmente con chiunque, in qualunque momento della propria vita. Anzi, questo ricorso continuo e quasi patologico allo scatto fotografico sta mutando con una velocità impressionante il senso della fotografia, che in certi casi sembra regredire al suo antico ruolo di mera rappresentazione oggettiva, una fotografia destinata ad un utilizzo assimilabile all’usa e getta. Non è mia intenzione né competenza quella di approfondire criticamente questo mutamento, ma desidero farne un input per giungere alla conclusione finale sul tema.

Detto a grandi linee del significato ontologico proprio della fotografia, credo sia il caso di concludere parlando del suo significato soggettivo. Ciò che significa avere tra le mani una macchina fotografica può essere riassunto in queste parole: avere tra le mani un universo di possibilità. Declinare queste possibilità è un compito che spetta alle nostre scelte. La fotografia forse è proprio questo, rendere possibile l’impossibile, ossia guardare il mondo attraverso gli occhi di un altro e far guardare l’altro attraverso i nostri occhi. Non ci sono regole, non ci sono limiti. O magari il significato della fotografia è semplicemente l’umana necessità di appropriarsi di un qualcosa inafferrabile: un’istante, un colore, una storia.

Del resto, come disse Milan Kundera: “La memoria non fa film, la memoria fotografa”.

Alessandro Marrazzo

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