La Chiesa e i suoi peccati – Intervista ad Emiliano Fittipaldi

Questa intervista, che ho avuto il piacere di fare ad Emiliano Fittipaldi, giornalista dell’Espresso, ha voluto ripercorrere (sommariamente) la sua attività d’inchiesta, prendendo in considerazione due fra i suoi libri più celebri: Avarizia e Lussuria. Partendo con delle domande di introduzione, spero di aver fornito un buono spunto per la lettura e l’approfondimento del suo lavoro, che ritengo molto utile e riuscito. Lo ringrazio molto per la disponibilità e spero di essere stato all’altezza con delle domande quantomeno pertinenti.

Inizierei con una domanda di carattere un po’ generale: qual è il compito del giornalista d’inchiesta?

Il compito del giornalista d’inchiesta ritengo sia quello di raccontare ai lettori e all’opinione pubblica gli aspetti del potere che il potere stesso non vuole che vengano conosciuti e questo per permettere una migliore conoscenza dei fatti rilevanti, resa possibile grazie alla rivelazione dei segreti dei rappresentanti della politica, dell’economia. Il fine ultimo è quello di rendere l’opinione pubblica più consapevole e anche in grado di scegliere attraverso l’esercizio del voto quali siano i migliori rappresentati possibili delle varie categorie. Io lo definirei il compito più alto di qualsiasi forma di giornalismo.

L’attacco alla sede dell’Espresso (avvenuto il 6 dicembre 2017, ndr) voleva lanciare un messaggio molto chiaro: la stampa democratica infastidisce i gruppi della destra estrema. Lo ritiene un fatto preoccupante o un atto plateale a cui non bisognerebbe dare importanza?

In generale non credo vi siano i presupposti per un ritorno del Fascismo, per intenderci modello anni ’20. Ritengo non ci siano proprio le condizioni per la nascita di regimi di questo tipo. Ciò non toglie che spiri un vento d’odio in Europa, in particolare in Italia e in altri paesi dove la destra, anche quella estrema, ha ottenuto risultati molto importanti. Questo è preoccupante. Azioni di intolleranza o aggressione, come quella accaduta a Como o all’Espresso, sono assolutamente inaccettabili e sono sentinella del clima teso che c’è in questo Paese. Questo non esclude il fatto che vi possa essere un voto di protesta, alle prossime elezioni, che si potrà spostare sia sui Cinque Stelle sia su formazioni non propriamente democratiche. Ci sarebbe il modo, a mio avviso, per contrastare in maniera sistematica questi gruppi, visto che la Costituzione prevede che qualsiasi associazione si rifaccia al fascismo debba essere sciolta. Il fatto che alcuni, nel corso del tempo, abbiano accettato di comunicare nei talk show con questi soggetti è stato un grave errore, che ha permesso a degli esaltati di fare delle azioni così sorprendenti.

E’ stata anche colpa dei giornalisti, secondo lei, avendo dato voce a queste persone nel dibattito pubblico?

Assolutamente no. E’ stata colpa della politica e della procura, che non hanno represso in maniera legalitaria associazioni che violano alcuni passi della Costituzione.

Lei, in Avarizia, parlando dello scandalo che riguarda la Fondazione del Bambin Gesù, afferma che il cardinal Bertone non è il solo a vivere in un appartamento di trecento metri quadrati. Quanto è vasto questo fenomeno? Si tratta di “mele marce”, o questa pratica viene largamente portata avanti dai cardinali?

Moltissimi cardinali vivono in case gigantesche. Questo perché gli appartamenti sono proprietà del Vaticano e spesso sono proprio dentro le mura della Città del Vaticano. Sono case antiche e molto grandi e Tarcisio Bertone non vive nella più grande. Nello specifico, lo scandalo riguarda la ristrutturazione dell’appartamento del cardinale, che è stata pagata con parte dei soldi devoluti alla Fondazione del Bambin Gesù. E’ chiaro che il casino che ha suscitato Avarizia è dovuto all’impronta pauperista di Papa Francesco, che si è imposto come obiettivo, sin da subito, il diffondere una condotta più “francescana” all’interno della curia. Questo non è avvenuto. E’ anche vero che Francesco non ha la possibilità di cacciare di casa i cardinali e servirebbe una grande riforma, cioè vendere il patrimonio immobiliare della Chiesa oppure destinarlo ad attività direttamente legate alla carità, alla beneficienza e quindi ai poveri.

Quindi lei ritiene che la Chiesa debba essere riformata in modo più sistematico e ampio?

Io non entro mai nel merito dicendo come la Chiesa debba essere riformata. Non ne ho la presunzione e non sono uno di quei giornalisti che vuole dare una lezione. Secondo me, in genere, chi fa il mio lavoro non deve dire come le cose debbano essere fatte. Deve diffondere delle informazioni riguardo ciò che vede e che verifica. E’ abbastanza sconcertante il fatto che la propaganda vaticana racconti di una rivoluzione pauperista in atto quando, in realtà, riguarda solamente alcuni aspetti specifici della vita del Santo Padre. Questa rivoluzione non tocca minimamente i cardinali. Vivono come dei veri e propri “prìncipi della Chiesa” e negli anni nulla è cambiato. E’ chiaro che ne esca uno scandalo di dimensione etica e morale enorme, perché c’è un grandissimo gap fra come il potere vuole essere rappresentato – attraverso la propaganda, l’ufficio stampa e altri giornali “amici” – e quali sono, invece, le realtà dei fatti. Proprio ciò che un’inchiesta giornalistica deve andare ad evidenziare. In ogni caso, per quanto riguarda cosa un cardinale debba fare, non ho le competenze né tantomeno l’autorità morale per dirlo. Sicuramente non dire una cosa in pubblico e fare l’esatto opposto in privato. Questo, ovviamente, non vale solamente per i cardinali.

Avarizia sembra un’accusa molto forte anche nei confronti del Papa stesso, tanto che il sottotitolo mi sembra molto coerente. Cioè lei intende dire che la Chiesa corrotta è proprio quella di Francesco?

Io mi riferisco alla Chiesa di Francesco in senso temporale, perché è legata alla contemporaneità dei documenti. Ciò che racconto nel libro riguarda gli anni in cui Francesco è già pontefice. Quando parlo delle proprietà immobiliari, di mancata beneficenza piuttosto che degli scandali riguardanti lo Ior o la pedofilia, parlo di situazioni legate a questo governo. Bisogna dire che tanti di questi scandali hanno radici molto antiche, sicuramente precedenti al pontificato di Francesco. Però questo governo ha raccontato – attraverso una propaganda molto forte, capace e una gestione dei media estremamente intelligente – che tutto stava cambiando. La Chiesa era diventata povera e per i poveri e le vecchie corruzioni erano completamente finite, buttate alle spalle. Secondo me, invece, c’è ancora tantissima strada da fare; ritengo che il Papa stia incontrando molte difficoltà nel portare avanti questa riforma ed è ciò che ho provato a dimostrare nel libro. Arrivati a questo punto, dubito che riesca a farlo davvero.

Il Papa, durante l’Angelus di domenica 8 novembre di due anni fa, criticò aspramente il libro e disse che si stava occupando lui stesso del problema. Che idee ha avuto al tempo riguardo questo intervento? Credeva fosse vero quanto detto da Bergoglio?

Mah, non lo so, in parte credo fosse vero, ma penso che molte cose fossero ignote anche al Papa. A me non importa nulla riguardo ciò che il Papa sa. Io faccio il giornalista e non il direttore degli affari relazionali del Vaticano. A me interessa il fatto che voi altri non sapevate di notizie di grande interesse pubblico. Il giornalista deve fare il suo mestiere, che non è quello di informare o non informare il Papa, per questo reputo paradossale l’intervento del Pontefice. Il mio compito è informare i lettori. Io devo fare il loro interesse e quindi informarli di notizie che presumibilmente non conoscono, di notizie inedite. Penso di aver fatto solamente il mio mestiere, perché i lettori sono la cosa più importante che ho. Il mio lavoro dipende dalla loro voglia di acquistare i miei libri e il giornale per cui scrivo.

Gli immediati effetti di questo libro sono stati, in un primo momento, l’indagine in Vaticano sia verso di lei che verso Nuzzi, altro protagonista di Vatileaks, poi il vero e proprio processo, che si è chiuso nel luglio 2016 con un nulla di fatto. Lei e Nuzzi siete stati prosciolti per “difetto di giurisdizione”. Cosa significa questo e perché la Chiesa ha tirato la cosa per le lunghe, considerando che il motivo del proscioglimento, ossia il “difetto di giurisdizione”, si dovrebbe decidere all’inizio del processo?

E’ corretta la tua interpretazione. “Difetto di giurisdizione” significa che il collegio giudicante ha deciso di non entrare nel merito delle accuse, che, in questo caso, erano di diffusione di notizie riservate e, addirittura, di minacce alle fonti – accusa che, in sede di processo, è caduta immediatamente. Comunque, secondo me, questa azione il collegio giudicante l’ha fatta per uscire da un’impasse mediatica e politica che si era creata attorno alla causa a due giornalisti, che non sono stati processati per aver scritto falsità, per questo assolverli sarebbe stato uno schiaffo pesante all’accusa e alla scelta del Vaticano di mandarli a processo. Questa vicenda ha fatto molto scalpore ed è stata molto criticata, soprattutto dalla stampa internazionale. Questa soluzione un po’ “salomonica” di non entrare nel merito delle accuse doveva essere decisa all’inizio del processo e non alla fine, dopo sette mesi. E’ andata avanti per le lunghe perché inizialmente avevano la sensazione che tutto si sarebbe concluso in un mese con una condanna generale per tutti. Le polemiche sui giornali, anche dovute ad una serie di diritti della difesa negati, hanno fatto capire ai vertici vaticani che sarebbe stato il caso di procedere in maniera più lenta per creare meno polemiche possibili e quindi hanno allungato il processo con tempi comunque molto rapidi – ci sono processi del Vaticano molto più importanti e pesanti che vanno avanti da anni, per esempio su ipotesi di riciclaggio e di peculato.

In un’intervista lei ha affermato che fare il processo alle presunte fonti dell’inchiesta è molto discutibile. Perché? Di fatto hanno diffuso documenti riservati…

Non so cosa ci sia di “segreto di stato” nei documenti riguardanti l’attico di Bertone o le ruberie in Vaticano (ride, ndr). La Chiesa, in primis, avrebbe dovuto dare non dico una medaglia, ma di certo non avrebbe dovuto mettere sotto processo le fonti dell’inchiesta. E questo non capita solo a me, penso a Manning e Wikileaks o a persone che hanno svelato segreti importanti soprattutto negli Stati Uniti, che sono bersagliate da richieste d’arresto da anni. E’ vero che in questo caso si tratta di uno Stato come il Vaticano – che è comunque uno Stato a tutti gli effetti. Hanno scelto di processare due persone che hanno semplicemente consegnato a due giornalisti una serie di documenti riservati e fatto luce su delle vicende. Ecco, io credo che questo potrebbe non essere stato “rispettoso” da un punto di vista giuridico, ma da un punto di vista etico, invece, le fonti hanno fatto del bene, nel senso che hanno permesso maggiore trasparenza su comportamenti immorali riguardo la gestione dei soldi. Francamente mi sembra incredibile che siano finiti a processo due giornalisti e paradossale che ci siano finite due persone che hanno fatto comunque trasparenza. Chi ha rubato, però, non è stato processato. Nell’intervista dicevo che non era paradossale il processo in sé, ma se processi due fonti che hanno commesso un reato di divulgazione di documenti riservati, a maggior ragione dovresti mandare a processo persone che secondo il Codice Penale Vaticano hanno compiuto atti molto più gravi.

Oltre agli scandali economici, lei descrive e denuncia fatti molto gravi che riguardano la pedofilia, nel suo libro Lussuria, uscito nel gennaio scorso. L’inchiesta più importante che riguarda la pedofilia all’interno della Chiesa è stata Spotlight e in quel caso i pedofili accertati furono 70, sul suolo americano. Certo, un numero non trascurabile, ma lei ha affermato che, durante le sue ricerche, che hanno riguardato questi scandali sul suolo italiano, ha contato più di 200 sacerdoti condannati dall’autorità civile. Eppure, nonostante l’ingente numero, non c’è stato nessuno “Spotlight italiano” e i giornali hanno parlato molto poco di questo fatto. Perché?

Perché siamo in Italia. Temi molto importanti come questo non attecchiscono né nell’opinione pubblica né tantomeno nella stampa e nel giornalismo. Perché l’autorità morale della Chiesa è molto forte e in particolare quella del Papa. Si tende, quindi, a sottovalutare un fenomeno sistemico che riguarda, ovviamente, non solamente i paesi anglosassoni. Quasi dappertutto – in Inghilterra, Irlanda, America, Australia – sono state create delle commissioni d’inchiesta molto importanti sulla pedofilia, riguardante sacerdoti cattolici. Sembra strano che in Italia siano tutti buoni, anche da un punto di vista statistico sembra paradossale. Infatti andando a studiare e analizzare non soltanto le condanne, ma anche indagini che sono state fatte, di imputati, solo negli ultimi anni, ne ho contati più di duecento. A me interessava, oltre ai dati di cronaca, capire che tipo di sistema protettivo fosse ancora esistente in Vaticano. Il motivo per cui ho scritto Lussuria era lanciare una denuncia forte: la riforma su una maggiore trasparenza, voluta negli ultimi anni, è ancora un atto di partenza, si è fatto poco o troppo poco rispetto a quanto è stato affermato dalle comunicazioni della propaganda vaticana e da Papa Francesco in particolare.

In Lussuria lei afferma che nei primi tre anni di pontificato di Bergoglio sono arrivate alla Congregazione per la dottrina della fede 1200 denunce di molestie “verosimili” su bambini e bambine da ogni parte del mondo. Inoltre afferma che molti insabbiatori non sono stati puniti, bensì promossi. Poteva Bergoglio non essere a conoscenza di tutto questo? E’ possibile che nonostante l’entità mastodontica, tali crimini possano essere passati inosservati agli occhi del Pontefice?

Può darsi, ma non sarebbe una giustificazione. Le scelte vengono fatte individualmente e soprattutto io ho iniziato a pubblicare articoli sull’Espresso riguardanti Pell (braccio destro di Francesco e membro del C9, accusato di pedofilia, ndr) già nel 2014. Sono stato anche attaccato dal Vaticano dopo la pubblicazione. Curioso il fatto che Pell sia stato accusato di cose molto più gravi di quelle che avevo denunciato io. In quel frangente, però, Francesco ha difeso a spada tratta il suo ranger venuto dall’Australia. Perché l’ha fatto? Sicuramente perché forse non gli hanno raccontato bene, però ha difeso una sua scelta, secondo me sbagliando. Avrebbe fatto meglio ad allontanarlo prima, invece di costringerlo a sospendersi dall’incarico per affrontare il processo. Io ovviamente mi auguro che Pell sia innocente. Questo è molto difficile da pensare rispetto alle accuse mosse e non sarà facile. Io già do una condanna di carattere etico. Staremo a vedere sul piano giuridico. Mi sembra che la Chiesa, nel suo complesso, abbia difficoltà a fare i conti con una vera trasparenza, questo perché teme ancora una reazione dell’opinione pubblica di fronte agli scandali che potrebbero essere scoperchiati.

Claudio Migliorelli

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