Una Storia d’oppressione e dolore

Apparso nel 1974, La Storia di Elsa Morante non fu accolto con calore dalla critica che, immediatamente, accusò la scrittrice di abusare del populismo, di vendere disperazione e di propagare pessimismo. Sicuramente la reazione della critica fu in parte ispirata dall’esasperato lirismo tipico della Morante – così come dal suo rivolgersi direttamente agli oppressi, alla “gente”, e non a un pubblico di intellettuali – ma, in parte, una risposta così negativa fu dovuta al prorompente ed immediato successo ottenuto da questo romanzo.

“Non c’è parola, in nessun linguaggio umano, capace di consolare le cavie che non sanno il perché della loro morte.”

Con queste lapidarie parole – attribuite ad un sopravvissuto di Hiroshima – poste sul frontespizio, la Morante dà inizio al suo romanzo; tutte le vicende, inevitabilmente, non possono che essere segnate da questa chiave di lettura che la citazione sembra suggerirci: la visione profondamente pessimistica della Storia, rappresentata – forse semplicisticamente, ma indubbiamente in maniera efficace – come un dominio degli oppressori sugli oppressi, che nulla possono per liberarsi dal proprio destino.

“Come già tutti i secoli e millenni che l’hanno preceduto sulla terra, anche il nuovo secolo si regola sul noto principio immobile della dinamica storica: “agli uni il potere, e agli altri la servitù”.”

In più punti del romanzo e attraverso voci diverse, la Morante illustra la sua visione della Storia e, in particolare, di quella più recente e della somma tragedia del Novecento rappresentata dalla Seconda Guerra Mondiale. La guerra allora, sembra essere lo strumento prediletto per la perfidia della Storia: è cieca, spietata, senza logica alcuna; ne è testimonianza il binomio violenza-amore di cui è portatore Useppe – egli nasce da uno stupro, ma è senz’altro il personaggio più luminoso e candido del romanzo, subìto e allo stesso tempo amato dalla madre Ida – o la tragica e paradossale morte di Nino – sopravissuto alla guerra con due camicie diverse, muore in una banale incidente stradale.

“Il Potere, spiegava a Santina, è degradante per chi lo subisce, per chi lo esercita e per chi lo amministra! Il Potere è la lebbra del mondo! E la faccia umana, che guarda in alto e dovrebbe rispecchiare lo splendore dei cieli, tutte le facce umane invece dalla prima all’ultima sono deturpate da una simile fisionomia lebbrosa! Una pietra, un chilo di merda saranno sempre più rispettabili di un uomo, finché il genere umano sarà impestato dal Potere…”

La linea rossa, quella più anticonformista e marxista-proletaria, si snoda lungo tutto il romanzo e trova la sua massima incarnazione nel personaggio di Davide Segre. Se questa linea è stata spesso criticata dal pubblico di critici e intellettuali – e tacciata di banalizzazione atta a vendere – sembra essere stata molto apprezzata dai lettori comuni che, in un certo senso, hanno visto nel romanzo della Morante una propria legittimazione letteraria, a dispetto delle mille masturbazioni intellettuali seguite al dramma – tutto umano e assai concreto – della guerra. La Storia è un romanzo d’ispirazione anarchica, che rende giustizia agli oppressi dal potere e dalle ideologie e a tutti coloro schiacciati dalla violenza della guerra.

“Lo si sentiva a volte ripeterla fra sé in una sequela monotona: «pecché? pecché pecché pecché pecché??». Ma per quanto sapesse d’automatismo, questa piccola domanda aveva un suono testardo e lacerante, piuttosto animalesco che umano. Ricordava difatti le voci dei gattini buttati via, degni asini bendati alla macina, dei caprettini caricati sul carro per la festa di Pasqua. Non si è mai saputo se tutti questi pecché innominati e senza risposta arrivino a una qualche destinazione, forse a un orecchio invulnerabile di là dai luoghi.”

Vittima sacrificale del grande dramma della Storia è Useppe: nato da uno stupro, cresciuto tra gli orrori e le sofferenze della guerra, ucciso da un male oscuro, il simbolo di un peccato originale che il piccolo agnello sconta inconsapevolmente. Useppe è un personaggio assai controverso e, potremmo dire, dicotomico: se da un lato esorcizza e demistifica con la sua ilare innocenza gli orrori della guerra, dall’altro sembra portatore, con la sua malattia – ereditata, proprio come le origine ebraiche, anch’esse simbolo di un’atavica colpevolezza, dalla madre – di una visione oscura e deformata del mondo e della vita. La sintesi di queste due anime di Useppe, rappresenta efficacemente una realtà impossibile da leggere e che, se analizzata e vissuta in maniera troppo lucida, non può che condurre alla follia.

“La Storia, si capisce, è tutta un’oscenità fino dal principio.”

Tutti i personaggi della Storia, in un modo o nell’altro, entro la fine del romanzo trovano la morte. Oltre ad indicare la naturale conclusione di ogni vita, questo cerchio di morti sembra suggerire l’idea di una Storia tragica, ma allo stesso tempo epurata da ogni principio morale tipico delle tragedie. Non ci sono né perdenti né vincitori, sembra dirci la Morante: la Storia è fatta di oppressi ed oppressori ed entrambi, prima o dopo, giungono alla morte. Non c’è nessun riscatto per gli oppressi: Useppe, l’agnello sacrificale della Storia, porta con sé tutte le scorie di un conflitto in cui nessuno ha vinto e, grazie al suo martirio, lava via le colpe dei padri e permette ai figli di credersi vincitori e migliori di loro.

Danilo Iannelli

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