Le radici della nostra convivialità

Tra i costumi più noti della nostra patria rientra il culto sacro del cibo. Noi italiani tendiamo a mitizzare il momento del pasto al pari di un culto sacro (usanza spesso non compresa dalle altre popolazioni), riuscendo a rendere un atto naturale e necessario alla sopravvivenza dell’uomo un tassello sociale fondamentale per lo sviluppo dei rapporti personali e per la promozione dell’identità culturale; ed è proprio durante i pasti che si instaurano legami sociali inscindibili. Inoltre l’Italia possiede il vanto di una dieta riconosciuta dall’UNESCO come “Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità” che non fa altro che consolidare l’importanza che l’alimentazione ha nella nostra cultura. Ma ancor più interessante è cercare di capire come sia stato possibile fare del cibo e della nutrizione un evento sociale.

La cultura del cibo e del banchettare all’italiana ha radici profonde riscontrabili nella latinità. Fin dagli albori della società romana, i banchetti hanno ricoperto un ruolo fondamentale, sia durante le ricorrenze della vita pubblica che nelle occasioni private e, ad essi, erano associate regole e valori morali al quale l’ospite doveva attenersi con rigore.

Tra questi il valore dell’ospitalità, forte sentimento che permea in tutta la storia e letteratura antica, sopravvissuto nella cultura contemporanea, grazie al quale il momento dei pasti diviene una vera e propria occasione di festa. Oltre all’ospitalità era essenziale mantenere la compostezza e il rigore formale: un aneddoto letterario interessante da citare è la “Cena Trimalchionis” narrata nel Satyricon di Petronio, che ci fornisce uno spaccato grottesco della società del tempo, descrivendo una cena che assume caratteri talmente spettacolari da scadere nella pacchianità. Trimalcione è l’emblema del liberto arricchito che vuole ostentare le ricchezze accumulate, stupendo i propri commensali con portate elaboratissime e bizzarre: egli riesce però soltanto a suscitare il senso del ridicolo. Di fatto era in queste occasioni che si poteva manifestare il proprio status quo: ai banchetti migliori si associavano ruoli e cariche politiche superiori.

Durante i banchetti era riconosciuto un altro momento fondamentale, quello apotropaico. I romani erano soliti legare ad eventi vitali, come poteva essere l’occasione di una cena, l’esorcizzazione della morte: anche in questo caso sarà interessante notare l’entrata in scena di una marionetta con le sembianze di scheletro d’argento, usato come monito per i commensali, nell’opera di Petronio. Non era cosa insolita la presenza di scheletri nei banchetti, come attestano i ritrovamenti nella zona di Pompei di scheletri simili a quelli descritti da Petronio, ma anzi era un uso comune ricordare ai banchettanti le sembianze che avrebbero assunto dopo la morte e invitarli a cogliere le gioie della vita finché fosse stato possibile. Ciò che rende ridicolo anche questo episodio è l’accostamento che fa Trimalcione di massime spicciole sulla caducità della vita, rendendo innaturale e forzato un uso comune. Ciò non si scosta molto dalle tradizioni odierne delle nostre tavole, dove ogni cena è sinonimo di ospitalità e ritualità anche nel ventunesimo secolo, fatta di tradizioni familiari e manifestazioni sociali.


Dunque è possibile affermare che la nostra cultura del cibo non è altro che uno dei tanti riflessi delle origini latine. Al pari della nostra lingua, che discende direttamente dal latino, non si può alienare l’uso odierno della tavola da quello del banchetto romano.

Giulia Mirimich

Sitografia:

http://www.repubblica.it/salute/alimentazione/2010/11/16/news/dieta_mediterranea-unesco-9176319/

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