Il tempo per leggere

Negli ultimi anni – in ambito accademico, ma non solo – ho notato un singolare proliferare di corsi di lettura e/o studio veloce: questi percorsi permetterebbero – parlo al condizionale perché non ne ho mai fatto esperienza diretta – al lettore/studente di decifrare, comprendere e memorizzare centinaia di pagine in un tempo relativamente breve, facilitando e velocizzando così l’apprendimento e l’accrescimento del bagaglio culturale del soggetto.

L’intento di questo testo non è quello di mettere in discussione l’efficienza di questi percorsi, né tantomeno giudicare corretto o sbagliato l’approccio didattico che essi suggeriscono; il mio intento è piuttosto quello di porre degli interrogativi: serve davvero leggere così rapidamente? Leggere più libri in minor tempo ci rende davvero più colti? La lettura – anche quella finalizzata allo studio – è davvero una corsa contro il tempo?
Non sarà questa la sede nella quale troveranno risposta questi interrogativi: il mio intento sarà quello di porre una questione, far sorgere un dubbio e – spero – indurre ad una riflessione.

Il punto di partenza per una simile riflessione non può che essere Come un romanzo di Daniel Pennac, i suoi celebri diritti imprescindibili del lettore e il suo più famoso aforisma: “Il tempo per leggere, come il tempo per amare, dilata il tempo per vivere.” Al di là del diritto di non leggere, di quello di non finire le pagine o di leggere qualsiasi cosa – tutti concentrati sull’assoluta libertà della lettura che non può e non deve essere imposta al lettore – mi preme riflette sul concetto espresso nel suddetto aforisma: se prendiamo per buono ciò che dice Pennac, possiamo aggiungere che un diritto inalienabile per un lettore è avere tutto il tempo che desidera per leggere.

Una buona lettura infatti, oltre ad essere un atto di libertà, per essere piacevole presuppone anche la giusta calma e un ritmo non frenetico: perché la lettura deve essere prima di tutto un piacere; sappiamo bene però che non è un’attività semplice e che, anzi, può risultare molto faticosa, a seconda della tipologia di testo. Come serve tempo per ammirare un’opera d’arte o per assaporare un buon bicchiere di vino, allo stesso modo possiamo dire che per comprendere e godere appieno di un testo serve del tempo. Ciò non toglie che una lettura veloce sia possibile e in qualche modo efficiente: ma non potrà mai sostituire il piacere di una lettura lenta e approfondita; e la stessa cosa si può dire della lettura finalizzata allo studio – se questo studio è supportato da una passione per la materia e non è soltanto un mero mezzo utilitaristico: citando Montesquieu, a sua volta citato in Come un romanzo da Pennac: “Lo studio è stato per me il rimedio sovrano contro l’insofferenza e la noia non avendo mai avuto io pene che un’ora di lettura non abbia dissipato.”.

Giungiamo qui ad un’altra questione: si deve quindi necessariamente leggere per tanto tempo? La risposta è semplice: se si ha voglia sì. Il nocciolo del problema, a mio avviso, non è tanto la durata effettiva dell’atto di lettura, quanto il ritmo della stessa. Paradossalmente, secondo me, leggere rapidamente e distrattamente per un’ora non vale quanto venti minuti di lettura intensa e rilassata: nel primo caso avremo sicuramente letto più pagine, ma nel secondo avremo penetrato più profondamente l’architettura del testo e accumulato sicuramente una maggiore dose di sensazione ed informazioni.

Ciò che conta è davvero leggere di più o più velocemente? O bisognerebbe imparare a leggere meglio?
Come nella migliore ars amatoria, io credo che la lentezza, la passione e l’intensità siano imprescindibili per una lettura piacevole e dagli effetti duraturi sulla nostra persona: una grandinata o una pioggia battente rovina la pianta e ne scopre le radici, mentre una pioggia lieve ma duratura la nutre e la fa crescere sana.
Tralasciando la botanica, ciò che secondo me più conta in un lettore è la costanza: come per tutte le attività umane, solo con la costanza si ottengono risultati. Allora poco vale leggere per due giorni forsennatamente e in maniera frenetica e poi tralasciare quest’attività per giorni: meglio leggere tutti i giorni, magari anche solo mezz’ora, per assaporare con calma e a piccole dosi il testo, riflettendo sulle pagine lette e facendo tesoro di ciò che l’Autore vuole comunicarci.

Se tale discorso, per ovvi motivi, non può valere per lo studio, almeno applichiamolo per la lettura: non forziamoci a leggere per ore quando non abbiamo voglia, ma troviamo ogni giorno un momento – anche se breve – nelle nostre giornate impegnate da dedicare al piacere della lettura. E, come dice Pennac, vale ogni luogo per leggere – basta, aggiungerei, che sia adatto al tipo di testo: credo sia difficile leggere un classico, una poesia o un saggio su un autobus affollato, mentre ad esempio può essere il ritaglio ideale di tempo per un testo narrativo, un fumetto o un articolo.

Mi sembra opportuno concludere questo discorso proprio riferendosi all’Autore; a tal proposito possiamo citare Milan Kundera che ne Il sipario riflette sul rapporto tra oblio e arte e descrive l’atto della lettura con una metafora assai interessante: “L’incessante attività dell’oblio conferisce a ciascuno dei nostri atti un carattere fantomatico, irreale, evanescente. […] Contro il nostro mondo reale, che è per natura fugace e degno di oblio, le opere d’arte si ergono come un altro mondo, un mondo ideale, solido, dove ogni particolare ha la sua importanza, il suo significato, dove tutto, ogni parola, ogni frase, merita di essere ricordato ed è stato concepito a tale scopo. Con questa precisazione: di fronte all’oblio, ciascuna delle arti si trova in una posizione diversa. Sotto questo profilo, la poesia è privilegiata. Chi legge un sonetto di Baudelaire non può saltare una sola parola. […] La poesia lirica è la roccaforte della memoria. Il romanzo, invece, è di fronte all’oblio un castello scarsamente fortificato. […] l’oblio […] prende parte di continuo alla lettura, senza un attimo di tregua; mentre giro la pagina, già dimentico quello che ho letto; tengo a mente solo una specie di riassunto indispensabile per la comprensione […] mentre tutti i dettagli, le minime osservazioni, le espressioni incomparabili sono già cancellate. […] Eppure il romanziere scrive il suo romanzo come se scrivesse un sonetto. […] Per lui ogni dettaglio è importante. […] Che cosa deve fare un romanziere di fronte a questo oblio devastatore? Infischiarsene e costruire il suo romanzo come un indistruttibile castello dell’indimenticabile, pur sapendo che il lettore lo visiterà distrattamente, frettolosamente, in preda all’oblio, senza mai abitarvi.”

Prendersi il giusto tempo per leggere allora, può e deve essere una forma di rispetto per l’Autore, per colui che ha progettato e costruito l’opera architettonica che stiamo visitando: perché leggere un buon libro vuol dire, parafrasando Kundera, visitare il castello costruito dal suo Autore; e per ammirarlo e goderne appieno, essere frettolosi è assai sconsigliato: siamo pur sempre ospiti e si può rischiare di apparire sgarbati: in questo modo difficilmente, sia l’edificio che l’Autore, sapranno e vorranno lasciarci portar via il prezioso messaggio che avevano da consegnarci.

Danilo Iannelli

3 risposte a "Il tempo per leggere"

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