Kaloù la città fantasma

Davanti a me si prestava lo scenario più magistrale della natura: lunghe catene montuose si intrecciavano in un abbraccio, raccogliendo un piccolo ritaglio di mare nella conca che formavano. Si narrava che quel golfo fosse nato da una ninfa che si lasciò morire sciogliendosi nel suo stesso pianto. La Grecia era una terra di cui potevi respirare ancora gli antichi culti; la terra bruciata dal sole emanava odore d’incenso, gli alti ruderi dei templi incutevano senso di impotenza, la perfezione della loro struttura architettonica ti sbatteva la realtà in faccia: in quell’ecosistema perfetto di monumenti e natura tu, uomo, eri solo un piccolo granello di polvere inutile e fastidioso. Si narrava anche che le acque del luogo fossero intrise di magia, ad alcuni fortunati la ninfa si manifestava e portava consiglio. Ma come tutte le terre antiche, anche la Grecia era piena di superstizioni inverosimili. Lungo il golfo, sopra l’antico tempio, si era sviluppata una piccola cittadina che seguiva serpeggiante l’andamento delle montagne. Ero in viaggio da cinque ore e decisi di trovare un posto dove poter passare la notte e riempire lo stomaco: quella cittadina sembrava potermi offrire tutto ciò di cui avevo bisogno. Mi incamminai su un sentiero di pietre bianche, finché giunsi all’entrata della città che era annunciata dal seguente cartello:
“Ben venuti a Kaloù,
vi raccomandiamo di leggere la “o” muta”.

Qui il mio viaggio divenne magia.

Kaloù era una cittadina fantasma, camminando tra le strettoie incontravi negozi di spezie, un panettiere, un negozio di dolci e qualche alimentari. Tutti con le porte aperte e dei campanelli all’entrata che tintinnavano ogni qualvolta si aprissero le porte, e nonostante fossi l’unica tra quelle strade, si aprivano piuttosto spesso, senza ch’io mi ci avvicinassi. Entrai in una pasticceria, aveva il banco pieno di dolci di vario genere: ce n’erano con la panna, al cioccolato, alcuni tipici della cultura greca e mi sembrò anche di vedere dei cannoli.
– Buongiorno, c’è qualcuno? – chiesi guardandomi intorno.
Nessuno rispose. Alle mie spalle la porta si aprì nuovamente, ma nessuno entrò.
Sentii sfiorarmi la spalla, probabilmente fu il vento entrato dalla porta.
Uscii, ancora non avevo intuito la magia di quel luogo, tutto mi sembrava strano e assurdo. Altri quarantasette passi e per terra, tra il brecciolino polveroso vidi un paio di occhiali bizzarri: li raccolsi. Avevano la montatura arancione e le lenti nere, non erano però occhiali da sole e sembrava impossibile poter riuscire a vedere qualcosa con quelli indosso. Sulla stecca destra portavano un cartellino col mio nome e l’invito a metterli: mi risultò così assurdo, ma la curiosità che scuoteva ogni fibra del mio corpo mi spinse a appoggiarli sul naso.

Improvvisamente vidi.

Vidi un mare di gente per la strada: c’erano donne e uomini, vestiti in vario modo, ma con abiti mai visti, sentivo parole e fragorose risate. Un gruppo di bambini giocava con un pallone: c’erano biciclette appoggiate ai muri delle case, vecchi seduti sulle sedie davanti ai portoni intenti ad osservare i passanti.
Fui investita da una consistente vitalità cittadina.
Kaloù prese vita.

Una giovane donna dai capelli biondi e dai fianchi abbondanti mi si avvicinò e mi prese per mano, invitandomi a seguirla. Spaventata tolsi gli occhiali. Kaloù era nuovamente deserta.
Li rimisi, e la donna bionda scosse la testa con aria contrariata e mi fece capire di non doverli più levare. Mi portò fino all’ingresso di una tavernetta e lì mi salutò. Entrai: i tavoli del locale erano pieni di gente intenta a mangiare e a bere vino. Un oste mi accompagnò al tavolo, mi servì le pietanze che più amavo e mi rabboccò il bicchiere di vino. Finito di cenare la stanchezza si fece sentire: avevo la pancia piena e le gambe deboli. Una cameriera si avvicinò a me e, anche lei senza dirmi nulla, mi afferrò per la mano e mi accompagno in una camera. C’era un letto grande dalle lenzuola bianche al centro della stanza, una candela ad olio sul comodino bruciava. Sentii richiudere la porta dietro di me. Stanca mi lasciai andare sul letto, chiusi gli occhi e sognai ciò che mi aveva spinto a compiere quel lungo viaggio durato tre anni e otto mesi.
Sognai, finalmente, la risposta a tutte le mie domande.
Il sogno mi portò saggezza, il mio viaggio si era concluso a Kaloù, grazie a Kaloù.

-Allora mamma qual è la risposta che hai trovato? – mi chiese mia figlia, seduta a gambe incrociate davanti a me.
-La risposta l’avrai un altro giorno, adesso vai a dormire. Per questa sera basta storie.
Sbruffando si sciolse le trecce ed entrò nel letto, si raggomitolò stringendo il suo orsetto preferito e si addormentò.
Mio marito, che era rimasto ad ascoltare sul ciglio della porta, entrò e mi sussurrò all’orecchio:
– Questa storia la devi finire di raccontare anche a me, so poco di quel lungo viaggio – e mi baciò sulla fronte.
– Un giorno conoscerai il finale anche tu.
Ma non c’era un vero finale che potesse tener testa all’assurda descrizione dell’evento che vissi, le risposte che trovai non ebbero nulla d’eroico. Semplicemente sentii la mancanza del mio luogo d’appartenenza, mi mancava il posto da cui venivo, il luogo dal quale ero partita alla ricerca di me stessa. Ma me stessa era lì, era sempre rimasta lì e quella notte, a Kaloù, sognai casa.

Giulia Mirimich

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