Il reale e il possibile di Bergson

Nel novembre del 1930 appare sulla rivista svedese Nordisk Tidskrift un articolo di Henri Bergson, illustre filosofo francese, dall’autorevole nome “Il possibile e il reale” riguardo il “convegno filosofico” di Oxford del 24 settembre 1920: egli raccoglie in modo dettagliato alcune delle opinioni presentate in apertura. L’articolo, esistente in origine solo in lingua svedese, è stato tradotto solo pochi anni fa.

Siamo nei primi decenni del Novecento, un secolo di grandi cambiamenti: Freud e la psicoanalisi, Pirandello e “le maschere”, la disgregazione dei più importanti imperi occidentali. L’individuo si trova al centro di un mondo che stenta a riconoscere e in cui tentenna ora ad inserirsi. In questo contesto Bergson espone con cura il pensiero filosofico intorno alla nuova realtà scissa e dissociata, una realtà che spazza definitivamente via l’ideale classico di un Essere perfetto, imperituro e infinito da cui nascono e si realizzano idee ed elementi secondo un processo di degradazione.
Nell’universo sembra perpetuarsi una creazione continua di imprevedibilità, che la mente non riesce a cogliere: devo partecipare ad un incontro di cui riesco ad immaginare le persone, il luogo, il tema che verrà affrontato; le persone arriveranno e si comporteranno come mi aspettavo, diranno parole che avrei immaginato, eppure la somma di tutti questi dettagli nella sua totalità mi dà un’impressione nuova.

Ogni decisione di ogni azione e la sua seguente realizzazione è unica nel suo genere, anche se è attesa e facilmente prevedibile e prevista. Tuttavia «la materia è ripetizione» e ce lo insegnano primariamente gli stoici e la loro concezione di un tempo ciclico, fino ad arrivare all’eterno ritorno all’uguale di Nietzsche: il mondo inorganico è fatto di leggi matematiche, capaci di calcolare ogni sviluppo futuro. Non dobbiamo però dimenticare che in questo mondo sono inquadrati esseri viventi organici e coscienti – secondo Bergson anche i vegetali hanno una coscienza, che però sonnecchia, ma che risulta evidente da segni esteriori come l’invecchiamento. Il mondo consiste perciò in una serie infinita di ripetizioni e semi-ripetizioni, la cui somma potrebbe dare vita a cambiamenti. Nonostante questo, la nostra conoscenza si realizza in base a ciò che c’è di stabile e regolare nel reale – la tecnica artistica, dice il filosofo, non riguarda la creazione dell’opera d’arte, ma la ripetizione che troviamo nei quadri: la percezione non è altro che la comprensione di vibrazioni infinitamente uguali; l’idea viene dall’astrazione di aspetti comuni da cose diverse; la comprensione consiste nel fissare relazioni stabili tra fatti e idee da cui spesso si ricavano leggi.

L’idea più diffusa è che, quindi, il possibile sia meno del reale e che la possibilità preceda l’esistenza: il possibile, invero, è il reale più un atto dello spirito che ne «rigetta l’immagine nel passato una volta che si produce». Siamo infatti abituati a concepire la realtà come chiusa e a riconoscerne le determinate possibilità presenti; essa è però aperta e la possibilità non esiste a prescindere, ma implica la realtà corrispondente e si vede solo quando essa si realizza: è allora il reale a farsi possibile e non il possibile che diventa reale.

Ciò che è reale diventa retrospettivamente possibile – il futuro, in questo senso, influisce sul presente, cioè lascia un’impronta all’indietro: «il possibile è dunque il miraggio del presente nel passato».

 

Martina Moscogiuri

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