Giovannino, il fanciullino perduto

Edita già nella prima edizione dei Canti di Castelvecchio del 1903, Giovannino esprime a pieno il tema del fanciullino pascoliano. In queste sei sestine di endecasillabi, Pascoli dialoga infatti con il suo doppio fanciullo: l’età avanzata non gli impedisce di ascoltare la voce del suo alter ego bambino; anzi forse proprio la maturità e l’avvicendarsi, nella mente del poeta, del tema della morte, sembra far riecheggiare con maggiore intensità la vocina del bambino.

L’ambientazione è crepuscolare: sia sotto il punto di vista della scansione del giorno che sotto quello della caratterizzazione del luogo – il cimitero, indicato al v.9 come “chiuso”, ovvero luogo appunto chiuso da una siepe o muro. Il linguaggio poetico pascoliano, elastico e polifonico, descrive con semplicità e raffinatezza questo scenario, oscillando tra le citazioni letterarie – Dante in primo luogo – e il linguaggio colloquiale. Il crepuscolo sembra proprio suggerire l’idea di morte latente che alberga nella mente del poeta: il suo giorno si avvia alla conclusione ed è quindi ora di tirare le somme. I due si riconoscono e hanno pietà l’uno dell’altro: le loro condizioni sono ugualmente miserevoli, infatti; l’io adulto rimpiange di aver perso la fede tipica dell’infanzia, mentre l’io fanciullo rimpiange di non essere morto allora, evitando di vagare così in solitudine in attesa della morte che lo ricongiungerà con i suoi cari.

Nella seconda sestina il poeta descrive efficacemente come “[ …] un mucchiarello d’alga presso il mare […] senza focolare […]” (vv. 8-11) la solitudine del bambino che sosta, sulla soglia del cimitero al crepuscolo, tra vita e morte, senza appunto il calore dell’amore familiare, espresso attraverso l’immagine del focolare, assai cara a Pascoli. Nella terza sestina però, il bambino sembra contraddire l’io adulto, dicendogli che lì “[…] si trova quello che smarrimmo qui” (v.17), ovvero gli affetti familiari che hanno abbandonato la vita terrena e sembrano attendere il poeta al di là della sua vita, pronte ad accoglierlo nella nuova vita ultraterrena.

Nemmeno questa risposta però – che sembra una risposta agli interrogativi sulla morte e l’aldilà posti in Commiato, alla quale questa poesia è strettamente legata – sembra consolare il poeta adulto; dopo una doppia reminiscenza dantesca e leopardiana al v. 19 – “O fior caduto alla mia vita nuova […]” – il poeta annuncia: “Io persi quello che non più si trova […]” (v.21), ovvero la fede che, secondo Pascoli, sembra essere prerogativa dei fanciulli. Allora, l’io adulto non può che invidiare l’io fanciullo: “Felice te che a quello che rimpiango, così da presso, al limitar, rimani!” (vv. 25-26); ma anche questa è un’illusione: così come il poeta adulto, anche Giovannino resta lontano dai suoi cari, in eterna attesa di una morte che non arriverà e lo condannerà alla solitudine, proprio a causa dell’errore di non esser morto giovane del suo io adulto.


Le porte dell’immortalità, ci dice Pascoli nell’ultima sestina, ai vv. 31-33, si aprono solo a coloro che muoiono giovani – ricollegandosi a L’aquilone – mentre per Giovannino, che versa nell’errore, è già tanto poter intravedere “la rossa veste di Gesù” (v.36).
Non sembra allora configurarsi una via di scampo per il poeta: egli, proprio come Giovannino, è bloccato tra la vita – senza più fede e speranza – e la morte – ugualmente vana; l’unica via d’uscita sarebbe il ritorno a una fanciullezza da consacrare con la morte, potendo così rendere eterna quell’innocenza e quell’entusiasmo nelle piccole cose che Pascoli ha sempre cercato di riprodurre con la sua innovativa poesia.

 

Giovannino

In una breccia, allo smorir del cielo,
vidi un fanciullo pallido e dimesso.
Il fior caduto ravvisò lo stelo;
io nel fanciullo ravvisai me stesso.
Ci rivedemmo all’ultimo riflesso;                                        5
e sì, l’uno dell’altro ebbe pietà.

Gli dissi: – Tu sei qui solo soletto:
un mucchiarello d’alga presso il mare.
Hai visto un chiuso, e tu non hai più tetto;
di là c’è gente, e tu vorresti entrare.                                  10
Oh! quella casa è senza focolare:
non c’è, fuor che silenzio, altro, di là. –

Scosse i capelli biondi di su gli occhi.
– No! – mi rispose: – là c’è il camposanto.                          15
Tua madre ti riprende sui ginocchi;
tu ti rivedi i fratellini accanto.
Si trova un bacio quando qui s’è pianto;
si trova quello che smarrimmo qui. –

– O fior caduto alla mia vita nuova! –
io rispondeva, – o raggio del mattino!                               20
Io persi quello che non più si trova,
e vano è stato il lungo mio cammino.
A notte io vedo, stanco pellegrino,
che deviai su l’alba del mio dì!

Felice te che a quello che rimpiango,                                 25
così da presso, al limitar, rimani! –
– Misero me, che fuori ne rimango,
così lontano come i più lontani!
Alla porta che s’apre alzo le mani,
ma tu sai ch’io… non posso entrarvi più.                          30

S’apre a tant’altri gracili fanciulli,
addormentati sui lor lunghi temi,
addormentati in mezzo ai lor trastulli;
s’apre appena e si chiude e par che tremi:
assai se, là, venir tra i crisantemi                                        35
vedo la rossa veste di Gesù!… –

 

Danilo Iannelli

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