Il padre dell’impressionismo

Molto spesso si dice del cinema che i primi grandi registi siano stati i pittori. Peter Greenaway afferma convinto che siano stati Velázquez, Rubens, Caravaggio e Rembrandt i primi registi della storia.

Ma restando nella pittura, potremmo dire che l’impressionismo francese, nato come pittura del presente per il presente, sia figlia del Rinascimento oltre che dell’Ottocento borghese.

Ragioniamo: la grande arte europea ha tre vertici molto significativi, legati ciascuno ad una tendenza ed una fase dell’arte e pertanto a delle specifiche idee di come l’arte deve essere intesa.

L’Italia ci presenta l’amore per la forma turgida, il corpo nettamente reso e manifestato per eredità classica, cosa che non si smentisce nemmeno nell’arte di Fontana e Burri, dove il ragionamento è sempre sulle forme fisiche e tattili. Il Seicento fiammingo e spagnolo sono pure intrisi di questa ricerca.

La Francia si pone rispetto ai modelli italiani in una posizione di amore per il rarefatto, l’aereo ed il volatile.

Il Nord Europa invece ci dà la morte delle forme, fin dai vortici vitali di Turner, la tensione trascendentale di Friedrich, passando per la deformazione di Van Gogh, Munch e la messa in croce della figura umana con Bacon. Il tutto si conclude poi con i getti di vita e pensiero minimali di Pollock.

Ma il punto mediano di questo triangolo ci interessa: la Francia impressionista, con le sue grosse pennellate ed il suo senso di fugace ha un debito inestinguibile con la Serenissima.

L’impressionismo nasce grazie a Tiziano Vecellio, apice e superamento del tonalismo veneziano, colui che segna il regno del colore.

Il genio di Cadore crea nella sua carriera la parabola della figura. Dai corpi completi, più segnati degli inizi, dopo un periodo di classicismo, noi vediamo nelle sue opere tarde la compenetrazione più tranciante tra figura e contesto.

La pennellata da semplicemente sfumata diventa infuocata. I colori sono sempre più scuri, pesanti per le terre degli impasti e le sfumature intrappolano l’uomo e la Natura in un vortice di colore.

Dietro questa visione, i cui capolavori sono la Punizione di Marsia e l’ultimo San Sebastiano, si sente l’uomo schiacciato dal Destino, dalla Controriforma, da Dio stesso, proprio quell’ente che l’Umanesimo voleva capire ed in certi punti superare con l’amore della vita pagano.

Gli impressionisti non si sentono schiacciati, ma sentono il flusso del tempo e del progresso da catturare in un’istantanea mobile. La fotografia dovrà lavorare per ritrovare quel senso di vivo e sfuggente. Il cinema più vicino a noi ce ne dà esempio attraverso l’estetica di Wong-Kar Wai e Claire Denis.

E proprio come il montaggio cinematografico della Denis procede per stacchi forti e Wong-Kar Wai per giochi di luce e messa a fuoco, gli impressionisti usano pennellate densissime di colori non miscelati, non caldi come i tizianeschi ma estatici nel catturare la figura in movimento.

I Macchiaioli si metteranno a metà strada tra il calore italiano e la lezione dell’Impressionismo francese.

L’ombra di Tiziano si staglia per secoli e la prova di questa tesi è la Colazione sull’erba di Manet (1863) che riprende il tizianesco Concerto Campestre del 1510, opera di grande influenza in ambiente francese.

L’arte è in fondo come un club: i pittori diventano pittori guardando altri pittori.


Antonio Canzoniere

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