Soggettività dell’essere

Come diceva Rousseau, una parentesi positiva di una vita o di un determinato periodo della storia, ha sempre bisogno di essere seguito da uno negativo, dal quale una persona può solo rialzarsi, creando un ciclo continuo che alla fine comporrà la nostra storia. Verso la fine del diciottesimo secolo però qualcosa è cambiato in questa concezione, a causa della società in evoluzione che circondava gli esseri umani moderni. Infatti, la Seconda Rivoluzione Industriale, il conseguente progresso dai ritmi altissimi e tutto ciò che ne è seguito, sono stati il ​​motore di una consecutiva rivoluzione che a sua volta ha portato ad un radicale cambiamento nel modo di pensare e che ha influenzato la società sia dal punto di vista morale che da quello del modo artistico.

Per ciò che riguardava la filosofia ed anche la letteratura, un dualismo tra il sé e la coscienza collettiva è diventato l’argomento di discussione principale. I filosofi affermavano infatti che la coscienza ed il sé erano un processo ininterrotto di trasformazione e che se la nostra esistenza fosse composta da molti stati divisi fra loro e caratterizzati da un ego impassibile verso l’unità, per noi non ci sarebbe durata. Questa considerazione è un’associazione diretta tra la società, che abbraccia gli esseri umani, ed il suo perpetuo divenire interiore, perché come sosteneva Bergson: un Io che non cambia non esiste, allo stesso modo in cui uno stato mentale ha un continuo se resta identico a sé stesso invece che essere sostituito da quello successivo.

D’altra parte però, Freud afferma che la patologia porta a conoscere un gran numero di stati d’essere dove la linea sottile che divide l’Io ed il mondo esterno diventa quasi incerta. Affermando ciò, è come se in una certa misura il filosofo ci dica che gli stessi confini dell’Io non sono né stabili né ben definiti. Quindi, anche se interamente appartenente alla persona, quest’ultimo non può essere sempre gestito, specialmente quando è contagiato da ciò che lo circonda perché potrebbe correre il rischio di traboccare e distruggere tutto; infatti riprendendo la teoria delle maschere di Pirandello, non è possibile per un individuo sopportare e riuscire a gestire la continua serie di maschere, stereotipi ed ideali che mancano di verità e valori morali che peraltro è la società stessa ad imporre.

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Quindi non c’è dissoluzione del sé, ma piuttosto si verifica un’improvvisa soggettività di esso che è una reazione naturale di tutti gli esseri umani alle situazioni che lo circondano e che spesso fanno perdere agli individui l’oggettività e la capacità critica nei confronti della vita. Infatti, mentre cerca di allontanarsi dalla società, una persona può spesso sentirsi oppressa e percepirla come una trappola. Il sé collettivo viene quindi portato all’estremo dalla sua società in continuo cambiamento, apparendo così sempre più uniforme e senza ostacoli.

Le maschere sono perciò indossate da sempre dal genere umano a causa dell’insopportabile pesantezza dell’io individuale inserito nella comunità, contribuendo senza ombra di dubbio alla propria crisi. La mancanza di consapevolezza nei confronti della meccanica delle azioni quotidiane alla fine porterà gli uomini a vedersi vivere, spettatori della propria vita.

 

Mavi Massarin

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