Il sogno infranto

Gli schiamazzi dei bambini, il vociare serpeggiante degli adulti, il vibrare di un’indistinta e anonima musica in sottofondo. Le luci alte, i colori sgargianti, le indispensabili merci luccicanti dietro tersissime vetrine.  Ovunque i visi e i corpi di artefatti e irraggiungibili modelli e modelle, impressi su gigantesche locandine, indicano a tutti, anche ai più piccini, quale sia la strada giusta da seguire nella vita.
In mezzo a questo confuso guazzabuglio di banconote umane, una vetrina sembra attirare particolarmente l’interesse dei piccoli centesimi di uomo: è uno sfavillante e luminosissimo negozio di giocattoli.
Un bimbo vestito modestamente, dalla carnagione ambrata, con i suoi profondi e vispi occhi ha puntato un giocattolo esposto in vetrina: sì, è proprio quello che a scuola tutti i suoi compagni hanno, quello che pubblicizzano senza sosta alla tivù; egli lo guarda, lo ammira, lo brama: appoggia le sue manine brune alla vetrina e, con il naso appoggiato al vetro freddo, cerca di avvicinarsi all’oggetto del suo desiderio.
Solo un vetro, uno stupido e trasparente vetro, lo separa dal suo nuovo gioco.
All’interno la chilometrica coda alla cassa va aumentando: le monetine frignano, schiamazzano, ululano e le banconote, pur di non starle a sentire, sono pronti ad accondiscendere a ogni loro richiesta.
Il moretto continua a mangiare con gli occhi il suo giocattolo: all’improvviso però una piccola, giovane e liscia mano di donna glielo porta via, consegnandolo nelle mani di una grassoccia e pallida monetina in coda alla cassa.
Egli resta lì, incollato alla vetrina, senza fiatare, guardando con impotenza il suo giocattolo che si allontana.
Un’altra mano, robusta, scura e ruvida solleva l’esile bimbo per il collo della sua maglietta e lo porta via con sé: restano soltanto, impresse sulla vetrina, le impronte delle sue bramose e innocenti manine brune.

Danilo Iannelli

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