C’era una volta in Iran

Che c’è al cinema? Taxi Teheran.
E dov’è Teheran? In Iran.
E cos’è l’Iran?
Pena di morte, sanzioni economiche, conservatorismo religioso, una censura rigidissima.
Non esattamente dove ci si aspetterebbe di veder fiorire la Settima Arte.
E invece il cinema iraniano è da oltre 60 anni uno dei più interessanti al Mondo.
Ma procediamo con ordine.

I cineasti iraniani hanno sempre dovuto confrontarsi con una realtà ostile, sotto forma di una serrata censura e severe regole da rispettare. Eppure quali sono i personaggi che di solito incontriamo in questi film? Donne, pienamente coscienti di sé e in contrasto con il ruolo imposto loro dalla società, bambini, che inventano di tutto pur non avendo niente, e individui con una coscienza fuori dal comune, quando non emarginati. Veniamo a contatto con le donne dell’esordiente Asadizadeh in “Acrid”, 2013, come con le anime sofferenti descritte da Jafar Panahi ne “Il Cerchio”, Leone d’oro a Venezia nel 2000. Lo stesso regista che un paio d’anni fa si è messo alla guida di un taxi per mostrarci una Teheran quotidiana, che non è poi così diversa dalle nostre grandi città.

Come in “Taxi Teheran”, l’automobile nel cinema iraniano si fa tramite fra lo spettatore e le immagini, assumendo una funzione narrativa e poetica ben precisa. Infatti un altro aspetto tipico di questa cinematografia è il tema del viaggio, molto differente dalla tipologia classica occidentale del road movie. Il viaggio nel cinema iraniano è soprattutto interiore prima ed espressione del paesaggio poi. Un film che può rappresentare alla perfezione questo concetto è “Il Sapore della ciliegia”, il capolavoro di Abbas Kiarostami.

Il Maestro del cinema iraniano, oltre a regalarci capolavori come “Il Sapore della Ciliegia” (questo, davvero, è uno dei film da vedere prima di morire), è stato anche abilissimo narratore dell’infanzia. Come Majid Madidi ne “I Bambini del Cielo”. L’infanzia infatti è un tema ricorrente, che spesso viene utilizzato per raccontare la società iraniana per astrazione, come uno dei tanti modi per aggirare la censura.

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Tutti loro guardano ossessivamente alla reale protagonista, non solo di quello iraniano ma del Cinema in generale: la Libertà.

In Iran più censura equivale a più “libertà” espressiva, una sorta di ossimoro che si spiega con la necessità di trovare nuovi espedienti per descrivere la propria realtà. Asghar Farhadi, probabilmente il regista iraniano più conosciuto, è uno dei migliori nel raccontare il suo Paese tramite esperienze quotidiane. Ha vinto premi ovunque, tra cui l’Oscar al miglior film straniero nel 2011 con “Una Separazione”. Il suo ultimo film, “Il Cliente”, è uno dei thriller più validi degli ultimi anni, non perdetelo per nulla al mondo.

Così sceneggiatori e registi si trovano a dover affrontare problemi di ogni tipo prima, durante e dopo la realizzazione di un film. Ma questo più che un limite sembra rappresentare per molti di loro un incentivo a realizzare opere altamente poetiche. I film di Kiarostami ne sono un esempio, come “Il Viaggiatore”, “Close-up” o “Sotto gli Ulivi”, alcuni dei suoi lavori migliori.

L’ennesima riprova che il cinema iraniano sia uno dei più vitali e impressionanti del pianeta è venuta dall’ultimo festival di Venezia, che ha visto il film “No Date, No Signature” di Vahid Jalilvand vincere il premio Orizzonti per la miglior interpretazione maschile e per la miglior regia.

E ora lasciatemelo dire: “in lingua originale è meglio”, ma c’è un motivo. Il persiano è incredibile. Sì, non prendetelo per un delirio radical chic, perché è davvero spettacolare. La lingua persiana, o farsi, possiede una musicalità quasi ipnotica e noi che parliamo una delle lingue più belle al mondo ce ne dovremmo accorgere.
Un esempio pratico di un film che va visto a ogni costo: “A Girl Walks Home Alone At Night”, esordio alla regia di Ana Lily Amirpour, 2014. Prende un po’ da Tarantino, Sergio Leone e Jim Jarmusch, c’è una vampira con il velo che vaga per una città fantasma, alla Lynch. E quando parla (in persiano, ovviamente) si rimane pietrificati davanti allo schermo. Vedetelo e capirete.

Menzione speciale meritano le cineaste iraniane. Dal 1962 – con “La Casa è Nera” della poetessa Forough Farrokhzad – a oggi il cinema iraniano è stato enormemente arricchito dalle opere di donne straordinarie. In tempi recenti si è particolarmente messa in mostra Samira Makhmalbaf, figlia del grande regista Mohsen Makhmalbaf, che si è imposta all’attenzione mondiale con “La Mela”, girato quando aveva appena 17 anni, ma soprattutto con “Dio, costruzione e distruzione”, uno dei migliori episodi di “11’09”01”, film che vale la pena di vedere. Da Rakhshan Bani-Etemad a Tahmineh Milani le donne di cui parlare sarebbero davvero tante, un meraviglioso paradosso in Medio Oriente.

Eppure, come “Taxi Teheran” ci dimostra, non esiste un limite all’espressione, soprattutto artistica. Come afferma la produttrice Fereshteh Taerpour: “non si ferma un fiume con il filo spinato.” Un governo può censurare, reprimere, minacciare, ma finché esisterà l’essere umano, questi troverà sempre un modo di esprimersi.

Claudio Antonio De Angelis

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA

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