L’innovazione della “Corporate Social Responsibility”

Duemilaediciasette e stereotipi, come se non ci fosse cosa più semplice di poter etichettare qualcosa o qualcuno. Tra i grandi stereotipi del nostro tempo vi è sempre una certa ambiguità a definire e classificare tra bene e male la parola business.
Effettivamente quel che si può tenere a mente con estrema facilità è che esso oltre ad andare a sostenere la nostra economia è probabilmente tutto ciò che ci permette di esistere: un mondo senza aziende come si può immaginare? (probabilmente l’idea del baratto non è così oscura).

Tra le grandi invenzioni della sostenibilità che ci sta provando a far capire come poter integrare questo mondo globalizzato e capitalista vi è la CSR (Corporate Social Responsibility), dove si inserisce l’etica all’interno del business.

Proviamo a spiegare il tutto con parole semplici – anche perché son quelle che so usare meglio ed evitano di confondere anche me.
Il potere di questa rivoluzionaria idea sociale è di rendere tutto quello che fa parte di un’azienda parte assestante di un complesso umano ovvero: la nostra azienda funziona perché è fatta di persone e condiziona persone e il nostro pieno obbiettivo è quello di prenderci cura di tutto questo organico umano.

La responsabilità sociale si caratterizza infatti in tre forme: interna, esterna ed ambientale.

Quella interna pone un occhio di riguardo al proprio personale, il quale deve essere considerato parte integrante della produttività: forse siamo riusciti davvero a superare le convinzioni marxiste?

Se il mio operaio inizia a vivere in una situazione di agio probabilmente darà il meglio di se nel proprio lavoro e in qualsiasi modo avrà la possibilità di vivere meglio la propria situazione: asili in azienda per donne, corsi di formazione e di miglioramento della qualità, assistenza sanitaria e bacini di soldi per aiutare le famiglie nel caso di emergenze.

Quella esterna si concentra a rendere il territorio sociale intorno all’azienda appetibile per qualsiasi portatore di interesse, nel momento in cui essa inizia ad investire in quello che ha intorno possiamo realizzare la nascita di un ambiente sano per chiunque.
Investire anche su piccolezze come il sostentamento di mostre o cori polifonici, tornei di calcio e quant’altro.
Questi esempi si dirigono sempre alla piccola e media impresa dove è più semplice focalizzare quanto peso abbia la responsabilità sociale, ma ovviamente tutto ciò può essere riprodotto in multinazionali con azioni sociali territoriali nettamente maggiori e diverse, come ad esempio il sostentamento economico di un reparto ospedaliero o un aiuto a tutte le famiglie con bambini in terapie intensive.

Per finire vi è la dimensione ambientale, dove l’azienda si pone l’etica e la morale di rendersi conto di quanto il proprio pianeta sia importante e quindi inizia ad adottare energie rinnovabili, riciclo dei rifiuti, riduzioni di emissioni, sviluppo dei propri prodotti con materiali riciclati e quant’altro.

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Il concetto è molto nuovo e discusso, di cui troviamo la più nota interpretazione che è datata 1984 e fu fornita da Robert Edward Freeman nel suo saggio “Strategic Management: a Stakeholder Approach”, Pitman, London 1984.

Il fenomeno dei limiti etici all’economia è comunque un fenomeno dalle radici lontane, basti pensare che già nel 1928 il “Pioneer Fund” di Boston si riproponeva investimenti eticamente connotati.

La dimensione dell’azienda deve iniziare a includere nella piccola, media e grande impresa questa idea di sostenibilità sociale, impensabile ora con l’avvento dei disastri ambientati e col venire meno della coesione sociale pensare a un business non solidale e non verde.

Giulia Olivieri

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