Il segreto della luce – Caravaggio

La mostra milanese che si terrà fino al 28 gennaio, dedicata al grande maestro italiano che ha fatto suo il Seicento intero, ci dà un impulso piuttosto forte per parlare di Michelangelo Merisi detto Caravaggio (1571-1610).

Di quest’uomo noi subiamo tuttora l’influenza, filtrata da omaggi dei più vari ed affezionati, dal cinema alla fotografia.

Si deve ricordare a proposito l’influenza dei suoi ragazzi di strada e dei suoi “Bacco” nelle opere di Wilhelm van Gloeden, la luce sempre più intensa e tagliente con lo scorrere degli anni che ritroviamo nei film di Pasolini, quelli fotografati da Vittorio Storaro, il Caravaggio di Derek Jarman e ancora prima in Velázquez e Ribera, in una schiera di imitatori tra italiani e fiamminghi od olandesi.

Caravaggio era erede della tradizione lombarda che prediligeva rispetto agli slanci metafisici toscani l’attaccamento ai corpi e alla terra, alle situazioni. Eppure il suo modo di rendere questa tradizione lo pose su un piano irraggiungibile per i suoi conterranei: lui divenne l’artista della strada, così legato alla vita delle cose da rendere le scene sacre sempre più teatrali, da presepe, mettendo l’accento sulla composizione dei corpi piuttosto che sull’atto o evento mistico in sè.

La costruzione è unicamente un fatto di disposizione, non di edulcorazione o ritocco. La luce soprattutto lo aiuta nella sua ricerca dell’espressività.

Se si considera l’opera omnia, la luce di Caravaggio parte da tonalità sempre più chiare per approdare col corso del tempo ad una chiusura marcatissima, come un coltello che taglia le figure esponendole.

Infatti l’apprendistato cui s’era sottoposto lo aveva portato ad applicare dapprima uno strato chiaro, con bianco di piombo, nero di carbone e ocre per poi ricorrere sempre di più a toni scuri grazie alle terre, la calcite e la sabbia in varie miscele.

Senza scadere nel poeticismo facile, si può vedere perfettamente come il senso della luce in Caravaggio sia l’iscrizione dell’arco vitale del pittore per forme traslate.

Lui, che sapeva illuminare i corpi e renderli senza significato, altro se non quello intrinseco di pura manifestazione e pulsione fisica, seppe vedere anche il senso della morte inteso come tramonto o indebolimento delle fonti di luce.

Il lume che dà consistenza ai personaggi caravaggeschi è unico, inconfondibile, generato dall’alto, a partire da un solo lato. Non c’è una luce archetipica con cui fare i conti e che tolga il senso del corpo alle figure.

Quell’arancio possente, denso di calore, sudore, chiuso, pomeridiano ed estivo è quello che potremmo vedere tuttora a Roma in una stanza oscura con una singola fessura per la luce da oltrepassare.

Lui rese immortale un tempo, un momento storico ma anche un momento umano perdutosi con la modernità, proprio come Pasolini aveva raccontato. Non avremo mai una nuova Lena, un Ranuccio o tipi umani come quelli che nel bene e nel male Caravaggio raffigurò e si scelse per compagni di vita e d’arte.

L’arte postmoderna, che pur deve ragionare con la distruzione della figura umana prodotta da Bacon e Pollock, non è all’altezza di cogliere calore, corpo ed energia quanto i maestri del passato seppur con mezzi originali e totalmente suoi. Ma vorremmo tanto essere contraddetti.

Antonio Canzoniere

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