La città vecchia – viaggio a Rabat

Quella è la porta, superala e sarai in Marocco. Un pensiero breve, nulla più che un istante, per realizzare un viaggio.
La porta è quella della medina, la città vecchia che ti fa risuonare nella mente quei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi, forse troppo impegnato a scaldar la gente di altri paraggi. E forse è vero, lì ci troverai i ladri, gli assassini e il tipo strano, o forse, più semplicemente, lì troverai l’umanità.

Eppure quella porta ti trovi a varcarla a Rabat, non a Genova, e per di più qualche minuto dopo il tramonto, quando dagli alti minareti qualche voce annuncia la liberazione: il giorno si porta via il digiuno, è il mese di Ramadan.

I primi passi tra i vicoli sono passi in un mondo sospeso, stanco e silente, ma che sembra asceso ad una purificazione che si mostra agli sguardi rispettosamente gettati agli angoli delle strade. Uomini, donne, bambini seduti sulle soglie dei loro baracchini; si scambiano parole così come silenzi, si sente il loro masticare educato dal digiuno, qualche tiro di fumo si perde tra le strade.

È un momento che affiora, per sempiterni istanti galleggia, e infine nuovamente affonda, come ogni giorno, nella familiare frenesia di un popolo che se tentassi di fotografare riuscirebbe mosso.

Più ci si addentra per le strettoie del quartiere antico più a fondo ci si immerge nell’anima di questa terra di confine, per la natura e per la Storia, porto di approdo e di partenza, miscellanea di culture e di sensazioni.
Di giorno caleidoscopio di colori, di fragranze e di suoni che viaggiano vorticosamente intorno ai nostri sensi; di notte allegramente distesa nel raccogliere il cammino di una gente all’apparenza incapace di provare rancore per la vita.
Non c’è oro né ricchezza materiale per quelle strade, non c’è ordine né pulizia: soltanto un’irrequieta gioia di vivere che guardi scivolare tra le mani dei mercanti, sulle tavole imbandite dei mercati, tra le corse dei bambini e la sorpresa dei loro sguardi.

C’è poco del nostro mondo ma non è il nostro mondo che mi ritrovo a cercare; gli occhi si perdono per i vicoli nell’esplorare un mondo straniero di cui ci si sente astralmente parte, come se in un altro tempo l’avessimo chiamato casa, come se tra quelle mura si trovassero le nostre inconsapevoli origini.

E allora non sembra poi più così strano che le parole de “la città vecchia” cantino di una e di mille città del mondo, perché capisci che – da qualche parte – ci sarà sempre una umanità persa dentro la quale potersi ritrovare. Un’umanità che fa della vita un mezzo per giungere al proprio intrinseco scopo: la vita stessa.

 

C’era una volta
il giglio e il basilico
i buoni e i cattivi
la città
i suoi portali e muraglie
i suoi gatti dalle sette anime
i suoi santi travestiti da mendicanti
i suoi re per un giorno
le sue vergini ardenti sopra un candeliere
il suo fango che sale fino alle ginocchia
le sue feste dove il perdono bussa alle porte
in babbucce e djellaba bianco
C’era una volta
una volta soltanto
la quiete.

– Abdellatif Laâbi

Alessandro Marrazzo

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