Il pezzo mancante del puzzle

Il primo pensiero che viene in mente guardando questo libro è: “Non ce la farò mai a leggere 664 pagine”. Il secondo è: “Però sono curioso di vedere cos’ha questo Perec da insegnarmi sulla vita”. Parlo infatti de “La vita: istruzioni per l’uso”, romanzo di Georges Perec, autore immeritatamente poco conosciuto, come lo è del resto il gruppo letterario di cui faceva parte, l’OULIPO; eppure chi non ha mai sentito parlare di Raymond Queneau e Italo Calvino? Ebbene sì, anche loro ne erano membri. Riuniti nei café philosophiques, questi scrittori probabilmente si chiedevano come potessero far impazzire i loro lettori: e possiamo affermare che ci sono riusciti.

“Esercizi di stile” di Queneau presenta talmente tanti rimaneggiamenti della stessa storia, interpretata in 99 linguaggi diversi, da far perdere di vista la trama iniziale; dal canto suo Calvino con “Se una notte d’inverno un viaggiatore” mantiene un’eterna suspense riguardo alla storia centrale, mescolata a decine di altre avventure minori.

E poi c’è Perec: nel suo racconto della vita degli abitanti di un immobile parigino, le sorprese di certo non mancano: possiamo citare il personaggio di Hélène Brodin, che appare ai suoi coinquilini come una donna timorosa di Dio e che in realtà è un’omicida seriale; oppure Beyssandre, critico svizzero presentato come personaggio pacato e ragionevole, pronto però ad uccidere per raggiungere i suoi scopi. La vera storia tuttavia ruota intorno alla figura di Bartlebooth, ricco inglese che consacra la sua vita alla realizzazione di 500 quadri, trasformati successivamente in puzzle, e al loro riassemblamento. La sua è una pratica alquanto bizzarra che mostra un carattere fondamentale di tutti i personaggi perecchiani: la perdita di contatto con la realtà. Presi come sono dai loro intenti – che siano desideri di vendetta o la ricerca di un’esistenza migliore – le donne e gli uomini che mette in scena Perec vedono sfuggirsi la loro vita sotto gli occhi, senza fare nulla per impedirlo. Così, dopo circa cinquant’anni passati a realizzare e distruggere uno ad uno i suoi acquarelli per farne dei puzzle, Bartlebooth, ironia della sorte, muore senza essere riuscito ad assemblarne tutti i pezzi.

Ecco in consiste il pessimismo di Perec: l’eterna mancanza di qualcosa, un’assenza incolmabile che attanaglia l’umanità: Mme de Beaumont non riavrà mai indietro sua figlia, oggetto di vendetta di un uomo rimasto solo al mondo, così come Winckler non potrà mai riabbracciare sua moglie. Per quanto possiamo cercare delle storie a lieto fine in questo voluminoso romanzo, ne troveremo una sola, la penultima, che fa tirare finalmente un sospiro di sollievo: una giovane coppia in grave crisi economica, dopo varie peripezie, riesce a risollevare la propria vita; ma per il resto, dolore, assenze e morte dilagano, a volte affievoliti dalla presenza di racconti al limite del fiabesco, come quel criceto abile nel gioco del domino o le avventure picaresche di Rorschasch, coinvolto nel commercio (fallimentare) di cauri.

Questi capitoli ci fanno tentennare, ci portano a chiedere se effettivamente il romanzo si possa leggere anche in chiave ironica. In realtà, questi inserimenti più divertenti fanno solo parte di alcune delle “charges”, ossia liste di parole riferite ai contesti più disparati, che Perec e i suoi colleghi si imponevano di far apparire nelle loro pagine: ciò permetteva di stimolare la loro immaginazione e di introdurre elementi nuovi e sorprendenti.

Come interpretare quindi queste numerose storie? Non si tratta forse di pezzi di puzzle che il lettore è chiamato ad assemblare? L’autore però è lontano dal fornirli tutti: il numero dei capitoli, 99, indica che c’è un pezzo mancante. Seguendo una teoria esposta in maniera esaustiva da Umberto Eco, Perec sembra comunicarci che siamo noi a dover colmare gli spazi bianchi che egli ha volutamente lasciato. La vera domanda è: siamo pronti a scendere a compromessi con lui, a farci manipolare per tutto il corso della lettura in cambio di storie imprevedibili ed avvincenti? Il gioco vale la candela.

 

Eleonora Valente

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