Il buio cielo notturno

“Perché il cielo di notte è nero se le stelle sono infinite?”
Questa è la domanda che nel 1826 si pose il medico tedesco Heinrich Olbers, dando vita ad uno dei più celebri paradossi dell’astronomia. Si tratta infatti proprio di un paradosso, perché ai tempi in cui la tesi di Olbers venne discussa e da lui stesso analizzata, le conoscenze relative all’universo erano tali da far risultare fondata l’ipotesi formulata: la quantità di stelle presente nel cielo notturno dovrebbe essere abbastanza da illuminare le nostre notti di una luce d’intensità pari a quella del sole. 1

L’enunciato parte da 3 postulati sull’universo:
– È eterno ed invariabile con un’estensione infinita.
– È pieno di stelle e galassie disposte in maniera omogenea.
– Esiste da un tempo infinito ed è immutabile.

Secondo questi assunti, è logico pensare che in ogni direzione si guardi debba arrivare la luce di qualche corpo celeste (stella o galassia), indipendentemente dal punto da cui si osserva il cielo per l’uniforme disposizione delle stelle. Infatti se è un dato di fatto che la luminosità di un corpo diminuisce con l’aumento della lontananza di esso dall’osservatore, è giusto anche dire che, secondo il paradosso, più in là guardiamo e più aumenterà la luminosità, quindi i due principi si equilibrano perfettamente!

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Cosa allora ci fa dire oggi, nel 2017, che il paradosso di Olbers non è nient’altro che un’ipotesi irrealizzabile? Il fatto che le conoscenze del tempo, utilizzate come prova a sostegno della tesi del medico, sono state smentite con il passare degli anni e con il progredire della tecnologia; ci sono infatti due ipotesi fondamentali che potrebbero spiegare il paradosso:

1. L’universo esiste da un determinato momento: in questo caso è possibile che la luce delle stelle lontane non ci sia ancora arrivata, ma in futuro lo farà dimostrando la tesi del
paradosso. Ad oggi però, grazie alla costante di Hubble, sappiamo che l’età dell’universo è di circa 13,82 miliardi di anni.

2. L’universo è continuamente in espansione: quest’assunto è direttamente legato al primo, infatti nel 1929 Edwin Hubble dimostrò che l’universo si sta espandendo, e che perciò deve essere nato in un momento preciso.
La continua espansione dell’universo è connessa alla legge di Labert, che afferma che la luce che noi osserviamo diminuisce del doppio quando aumenta la distanza fra ciò che produce la luce e l’oggetto che la riceve, spiegando perché non vediamo tutta la luce che Olbers immaginava.

Paradossalmente fu Edgar Allan Poe che nel suo saggio del 1848, “Eureka”, affermò per primo che l’unico modo per comprendere il fatto che i nostri telescopi vedano dei vuoti neri fra le stelle sia supporre che la distanza dello sfondo sia così grande che nessun raggio di luce possa averci già raggiunti. Quest’affermazione è importante sia per il fatto che viene presa in considerazione la velocità finita della luce, sia perché nella sua frase è sottinteso che l’universo sia in continua evoluzione.
Purtroppo quella che Olbers pensava essere una teoria rivoluzionaria non si è
dimostrata tale, ma ha fornito molti spunti di studio ed il dottore è ormai nella storia per aver creato il paradosso astronomico più famoso e discusso di sempre.

Mavi Massarin

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