Ti prego, fake mi votino!

Le bugie hanno le gambe corte, quindi questo articolo sarà breve.

Da qualche giorno a questa parte è ufficialmente partita la campagna elettorale in vista delle elezioni della primavera 2018. Il colpo di pistola dello starter è stato di Matteo Orfini, presidente del Partito democratico, che ospite di Massimo Giannini e Jean Paul Bellotto a Radio Capital ha sparato ad alzo zero contro il MoVimento 5 Stelle.

Parlando delle ormai famigerate fake news Orfini le ha definite “un pericolo reale” e non ha usato mezzi termini per affermare che M5s “ne è avvantaggiato e fatica a rinunciarvi.”

“Il fatto che le notizie false in rete possano influenzare politica ed economia è evidente, non solo in Italia, dove ci sono siti specializzati che rilanciano questo genere di bufale. Occorre trovare gli strumenti, politici e tecnologici, per arginarle”, e ancora: “È curioso che i siti M5s e della Lega che diffondono questo genere di notizie siano accomunati in rete”.

Che M5s e Lega abbiano spesso e volentieri cavalcato l’onda delle fake news è lapalissiano. Giusto per citare molto rapidamente qualcosa: la voce (o meglio, le urla) dei 35 euro dati agli immigrati aleggia ancora nell’aria; i piagnistei riguardo brogli elettorali dopo le Europee del 2014 (poi rivelatisi niente più e niente meno di una balla, inventata ad hoc da Ermes Maiolica, pseudonimo di un operaio metalmeccanico delle acciaierie di Terni) di Grillo sono stati una sciocchezza sesquipedale; e solo coloro che sono dotati di una memoria d’acciaio possono ricordare la spassosa vicenda della presunta lettera di complimenti firmata da Papa Benedetto XVI in persona apparsa sul blog del guru pentastellato l’undici gennaio del 2007. Ma siamo sicuri che lo stratagemma della post-verità non sia stato utilizzato anche dallo stesso PD? Ovvio che no.

La menzogna è trasversale, è un’arma che viene impugnata fin dagli albori della storia italiana da ogni schieramento politico, indipendentemente dal colore, dall’orientamento e dall’ideologia.

Partendo dal principio si può dire che l’insediamento di Matteo Renzi al Governo del 22 febbraio 2014 sia nato da una menzogna: soltanto 36 giorni prima, il 17 gennaio, l’ex Sindaco di Firenze lanciava ospite da Daria Bignardi l’hashtag #Enricostaisereno, poi diventato inverosimilmente famoso. Al di là dell’estemporanea presa in giro e degli sfottò, il fatto non ha minimamente minato la credibilità del Premier, che pochi mesi dopo ha compiuto uno storico exploit con il 40,81% dei voti alle Europee.

Chiudiamo Twitter e accendiamo la televisione. Nel 2010 dal palco della Leopolda Renzi urlava esaltato: “Via i partiti dalla Rai!”, ma nel giro di pochi anni tutto è dimenticato: il 4 agosto 2015 viene rinominato il CdA Rai con alla presidenza la giornalista Monica Maggioni, alla direzione generale Antonio Campo Dall’Orto, manager televisivo protagonista della Leopolda renziana, e ancora Rita Borioni, già collaboratrice di due parlamentari PD e Guelfo Guelfi, pubblicitario fiorentino che nel 2009 aveva seguito la comunicazione di Renzi candidato sindaco; il 22 dicembre 2015 viene approvata la riforma della governance Rai che assegna poteri pressoché illimitati alla nuova figura dell’amministratore delegato, di nomina governativa, al posto del direttore generale; infine il 2 agosto 2016 il CdA approva le proposte del neo-amministratore delegato Campo Dall’Orto per quanto riguarda i quattro direttori delle news, figure i cui solidissimi curricula li configurano come pienamente in linea con l’area governativa. Un capolavoro che non si vedeva da decenni, in barba al pluralismo televisivo e a quanto detto soltanto 5 anni prima.

Restiamo in ambito televisivo: il primo luglio 2015 Renzi è ospite della prestigiosa Humboldt-Universität di Berlino, dalla quale si scaglia furiosamente contro i talk show, definendoli “il grande pollaio senza anima che ha preso il posto delle fiction. Pieni di colpi di scena, dove non succede mai niente, dove i protagonisti sono teatranti di terz’ordine e dove gli spot sono diventati la parte più credibile dell’intera trasmissione.” Non è necessario ricordare chi nell’anno e mezzo che seguirà quest’affermazione è stato costantemente ospite di ogni singolo talk show in programmazione, vero?

Potrei continuare all’infinito, ma così facendo smentirei clamorosamente la mia stessa premessa fatta all’inizio dell’articolo. E non mi sento ancora pronto per candidarmi al Governo.

Paolo Palladino

 

BIBLIOGRAFIA:

Martini F., La fabbrica delle verità. L’Italia immaginaria della propaganda da Mussolini a Grillo, Venezia, Marsilio, 2017

SITOGRAFIA:

https://video.repubblica.it/politica/fake-news-orfini–pericolo-reale-m5s-ne-e-stato-avvantaggiato-e-fatica-a-rinunciarvi/290733/291344

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